Abbiamo finora esposto le piste investigative che possiamo definire ufficiali, quelle cioè che sono state perseguite nel corso degli anni dagli organi inquirenti e che hanno portato, a seconda dei casi, ad archiviazioni, processi, assoluzioni o condanne passate in giudicato. Appartengono a queste piste le indagini che hanno riguardato i sardi, Pacciani e i Compagni di Merende, il dottor Calamandrei, il dottor Narducci e un ipotetico secondo livello, infine l'ex legionario Vigilanti.
Nel presente capitolo cercheremo invece di analizzare, e per quanto possibile valutare, due piste investigative che non possono essere certamente definite ufficiali ma che hanno raccolto un certo numero di sostenitori o addirittura sono risultate fra le più gettonate della recente mostrologia.
Entrambe sono state, fra dicembre 2024 e marzo 2025, sconfessate ufficialmente dalla Procura di Firenze, ma non per questo hanno necessariamente perso credito.
Abbiamo visto nel capitolo dedicato a La pistola del Mostro che la notte del 5 febbraio 1965 erano state rubate quattro armi da fuoco da una ferrammenta/armeria di proprietà del signor Romano Guidotti a Borgo San Lorenzo.
Le indagini degli inquirenti portarono a rintracciare gli autori del furto e a recuperare in due distinte operazioni di polizia a Firenze e Brescia due delle pistole rubate.
Delle pistole non rinvenute, una sarebbe risultata parecchi anni dopo di particolare interesse per le indagini sul Mostro, in quanto si trattava di una Beretta Calibro 22 Long Rifle Serie 70 Modello 75, che era stata acquistata dall'armeria Guidotti nel 1963.
Subito dopo il duplice omicidio di Vicchio, in piena epoca "Mostro", il maggiore Sebastiano Anzà sospettò che proprio tale arma scomparsa potesse essere messa in relazione con i delitti del MdF. In un dettagliato rapporto dell'ottobre 1984, il graduato dell'Arma indicò come possibile possessore un uomo di origine mugellana, precisamente di Scarperia, tale Stefano P., nato nel luglio del 1938, amico e fiancheggiatore di coloro che avevano perpetrato il furto all'armeria.
Dal rapporto si evince che tale individuo negli anni '60 si era trasferito dal Mugello alla zona ovest di Firenze e che nel giugno del 1966 aveva subito una perquisizione per il furto della predetta Beretta; durante la perquisizione erano stati rinvenute armi e munizioni, fra cui due cartucce calibro 22 e una decina di bossoli. Infine, particolari riccamente suggestivi, costui aveva perso la moglie per un tumore al seno sinistro e nel 1980 era stato denunciato per reati contro la libertà sessuale.
Le indagini che seguirono al rapporto del maggiore portarono nel giugno del 1985 a una nuova perquisizione nell'abitazione del soggetto, che però non diede alcun frutto. Fu sequestrata, invero, una pistola, ma non risultò compatibile né con quella rubata nel 1965, né con la vicenda del Mostro. In seguito tale pista venne completamente abbandonata e del suddetto personaggio non si è più parlato a livello investigativo. A quanto risulta non rientrò neanche nella famosa lista della SAM.
Oltre trent'anni dopo, attorno al 2018, il documentarista Paolo Cochi ha concentrato le sue ricerche su tale individuo, dicendosi persuaso che qui protrebbe risiedere la soluzione del caso. Stando alle informazioni da lui raccolte, tale soggetto, oltre ad essere stato l'ipotetico possessore della pistola rubata a Borgo nel 1965 compatibile con quella del mostro, sarebbe anche colui che era stato avvistato in luoghi prossimi alle piazzole di Vicchio e Scopeti in giorni concomitanti con gli omicidi.
Abbiamo già accennato nei relativi capitoli (La Boschetta e Scopeti) a queste segnalazioni che sembravano convergere verso uno stesso sinistro personaggio dai capelli biondo-rossicci, soprannominato dalla recente mostrologia Il Rosso del Mugello. Le ripercorriamo in maniera più approfondita e in ordine strettamente cronologico.
► 1. La prima testimonianza è quella resa nei primi giorni di agosto del 1984 ai carabinieri di Vicchio dalla signora Tiziana S., secondo cui un uomo venne notato sabato 14 luglio intento a spiare alcune ragazze che prendevano il sole sulle rive del fiume Sieve, in un punto estremamente vicino alla piazzola della Boschetta, luogo del delitto.
Stando a questa testimonianza si tratterebbe di un individuo molto distinto, "all'apparenza un professionsta", sui 40/45 anni, vestito con pantaloni chiari, beige o grigi, e con una camicia parzialmente sbottonata a maniche corte o rimboccate di colore bianco. Era alto circa 180 centimetri, di "corporatura robusta, meglio prestante, capelli corti con riga sul lato sinistro, leggermente stempiato". Per quanto riguarda i capelli, il verbale riporta "colore dei capelli sul castano chiaro, ma non escludo la gradazione dal biondo o al rossiccio".
► 2. La seconda testimonianza venne resa ai carabinieri di Vicchio il 2 Agosto 1984 dalla collega di Pia, Manuela Bazzi. La donna dichiarò che un personaggio molto simile a quello già descritto si presentò verso le 18 del sabato 21 luglio al bar "La Nuova Spiaggia" dove lavorava Pia. Importunò una ragazza chiedendole se era ancora accampata in tenda e alla risposta affermativa di questa, le disse che sarebbe andato a trovarla. Tale ragazza lasciò il bar piuttosto intimidita dall'atteggiamento dell'uomo.
Da verbale, la Bazzi descrive la persona con le seguenti parole: "Alta circa 1,80, molto robusto, viso tondo, colorito roseo accentuato, labbra carnose, senza barba né baffi, capelli corti, stempiato, colore biondo sul rossiccio, occhi credo marrone chiaro... apparantemente dimostrava circa 45 anni... appariva persona abbastanza curata e pulita anche se non vestiva in modo elegante... nel parlare dimostrava di essere toscano anche se non con accento marcato".
► 3. Secondo la testimonianza resa ai carabinieri sempre il 2 Agosto 1984 da un'altra collega di Pia, la signora Luciana Lelmi, lo stesso personaggio si presentò nuovamente al bar il giorno successivo, domenica 22 luglio. Nell'occasione il tipo chiese alla Lelmi quante ragazze lavorassero in quel bar.
Queste le sue dichiarazioni: "La domenica precedente al 29/7/1984, mi trovavo al posto di lavoro unitamente a Pia, e ricordo che verso le ore 17.00 circa si presentava al banco un signore alto circa 1.75, abbastanza robusto, viso rotondo, di colorito roseo, capelli lisci corti con ciuffo che lo mandava sul lato sinistro, forse leggermente stempiato, i capelli erano di colore biondo chiaro, età apparente di circa 45 anni... aveva un accento toscano e quando parlava non mi sembrava fosse una persona del tutto normale, lo stesso mi scrutava in modo voglioso guardandomi dall'alto in basso".
È importante notare come in quel momento ci fosse anche Pia nel bar, eppure il soggetto non aveva dato alcun segnale di intemperanza né aveva mostrato ostilità nei confronti della ragazza. Vedremo come questo comportamento non sarà in linea con le famose e ben note dichiarazioni di Baldo Bardazzi.
È altresì importante segnalare che nel prosieguo della testimonianza la Lelmi affermò di aver già notato in precedenza questo individuo e che lo stesso in passato aveva frequentato spesso la sala da ballo proprio accanto al bar "La nuova spiaggia", quando questa era ancora aperta. Secondo la Lelmi questo soggetto amava intrattenersi all'ingresso del locale e osservare le ragazze che vi entravano. La sala da ballo era stata chiusa circa due anni prima, dunque orientativamente nel 1982.
► 4. Una settimana dopo, dunque sabato 28 luglio 1984 verso le 18.30, lo stesso personaggio tornò al bar e incontrò nuovamente la Manuela Bazzi. La chiamò per nome (nonostante la donna affermi che non si erano mai rivolti la parola prima) e le chiese se la sera andasse a ballare. In quell'occasione la Bazzi rimase così turbata dalle parole e dall'atteggiamento dell'uomo che domandò ad altri avventori se conoscessero questa persona. Le fu risposto che probabilmente era di Scarperia.
Parecchi anni dopo, nel 1995, la Bazzi sarebbe stata sentita in merito anche dal dottor Michele Giuttari, all'epoca a capo delle indagini sul MdF. Nell'occasione, puntualizzò che aveva già visto la stessa persona anche in precedenza e avrebbe continuato a vederla saltuariamente in epoca successiva rispetto al delitto; poteva, dunque, considerarlo un avventore del bar, anche se non assiduo. Inoltre, aveva rivisto quell'uomo anche in altre situazioni, per strada a San Piero a Sieve o al marcato settimanale di Borgo San Lorenzo.
Ovviamente non esistono dubbi sulla genuinità di tali dichiarazioni, la maggior parte delle quali rilasciate nell'immediatezza del delitto. Per questo motivo, è venuto naturale chiedersi perché la Bazzi non fece menzione di questi episodi durante il Processo ai CdM. Quando, infatti, in aula venne interrogata dal PM Canessa (udienza dell'8 luglio 1997) e le fu chiesto esplicitamente se la Rontini fosse stata mai importunata da qualcuno o se nel bar si fossero verificate situazioni spiacevoli, la Bazzi dichiarò di non avere ricordi del genere e sminuì fortemente eventuali episodi, classificandoli come normali e innocui rapporti fra clienti e bariste.
Come vedremo più avanti, questa apparente contraddizione troverà, in realtà, una possibile e legittima spiegazione nella recente ordinanza con cui la Procura di Firenze ha rigettato la richiesta di svolgere indagini sull'individuo segnalato.
► 5. Il pomeriggio successivo, domenica 29 luglio 1984, giorno del delitto, ci fu il famoso avvistamento di un uomo giudicato fortemente sospetto nel bar del signor Bardazzi. Non è dato sapere se si tratti dello stesso individuo delle precedenti segnalazioni, la somiglianza in ogni caso non è trascurabile.
Abbiamo già parlato sommariamente di questo episodio nel capitolo dedicato al duplice omicidio de La Boschetta, adesso vi dedichiamo lo spazio che merita.
Il signor Bardo Bardazzi, proprietario del bar La Torre a Borgo San Lorenzo, riferì alle forze dell'ordine che il giorno dell'omicidio, attorno alle 16:45, due ragazzi che lui successivamente avrebbe riconosciuto come Pia e Claudio, erano stati nel suo locale a mangiare qualcosa. Subito dopo il loro ingresso, nel locale era entrato anche un uomo distinto, elegante, con la faccia piena, leggermente stempiato e con capelli sul rossiccio, di età sui 50 anni, alto almeno 175 cm. Quest'uomo, che il Bardazzi sostenne di non aver mai visto prima, sembrava mostrare un certo livore verso la giovane coppia.
Costui aveva infatti ordinato una birra e si era seduto sui tavolini all'esterno del locale; da lì pareva guardare i due ragazzi in modo torvo e cattivo, inoltre cercava di nascondere con una mano la propria bocca per non farsi scorgere mentre mormorava frasi (presumibilmente offensive o oscene) nei confronti della coppia. Quando i due giovani, terminata la consumazione, lasciarono il locale, l'uomo si affrettò a scolare in un unico sorso metà della birra rimasta nel suo bicchiere e a seguirli.
Il giorno successivo, Bardazzi vide le foto delle vittime sui giornali e riconobbe la coppia uccisa come quella che era stata nel suo locale. Si presentò quindi ai carabinieri per rendere testimonianza.
Inizialmente la sua deposizione fu presa piuttosto seriamente dagli inquirenti, anche perché il Bardazzi fornì un particolare che avrebbe trovato un certo riscontro nelle dichiarazioni dei genitori di Pia. Disse, infatti, che la ragazza del bar aveva mangiato un panino con le cozze, il che trovava corrispondenza con la testimonianza della mamma di Pia, secondo cui uno dei cibi preferiti della figlia fossero proprio le cozze.
Il Bardazzi fu invitato a seguire dall'alto il funerale della giovane coppia e segnalare l'eventuale presenza dell'uomo. Fu, inoltre, tracciato un identikit del misterioso personaggio. Per fornire maggiori dettagli atti al riconoscimento dell'individuo, il Bardazzi dichiarò che costui assomigliava molto a un infermiere di Luco di Mugello di nome Vignini. Affermò, inoltre, che il soggetto in questione indossava al dito medio un vistoso anello recante un particolare sigillo. Come abbiamo visto nel capitolo dedicato a Giampiero Vigilanti, parecchi anni dopo il Bardazzi avrebbe definito il sigillo simile a quello della Legione Straniera.
Col tempo, tuttavia, complice anche la strada intrapresa dalla Procura di Firenze, si è data sempre meno importanza a questo avvistamento. Durante il Processo ai CdM, il PM Paolo Canessa tentò di smontare la testimonianza del Bardazzi, provando a dimostrare che la coppia entrata nel suo bar non poteva essere quella uccisa alla Boschetta. Il PM mise, infatti, in risalto alcune presunte contraddizioni nella testimonianza del Bardazzi. Nel verbale redatto dai carabinieri all'epoca del delitto, Bardazzi aveva in effetti fornito come orario in cui aveva visto la coppia nel proprio locale le 16:45 circa. In dibattimento il Bardazzi sostenne invece che l'orario sarebbe stato attorno alle 15:30. Secondo l'accusa questo cambio di versione era dovuto al fatto che alle ore 16:45 Pia era molto probabilmente già al lavoro o in procinto di arrivarci, come da testimonianza dei suoi genitori e della collega Marisa Franconi. Messo di fronte alla discrepanza di orari, Bardazzi affermò che probabilmente l'ora corretta fosse quella fornita nell'immediatezza dell'omicidio e non quella resa in aula, in quanto all'epoca il ricordo era decisamente più fresco.
È opportuno a tal proposito precisare che secondo la testimonianza di Renzo Rontini e di sua moglie Winnie, quel pomeriggio Pia rientrò a casa verso le 16:50, comprò una birra al padre al bar Stellini, quindi uscì nuovamente subito dopo in quanto alle 17:00 doveva essere al bar per il suo turno di lavoro. Il che appunto renderebbe impossibile la presenza di Pia e Claudio alle 16:45 al bar di Borgo San Lorenzo.
D'altro canto, l'avvocato Nino Filastò, da sempre convinto della bontà della testimonianza del Bardazzi, che anzi lo stesso Filastò riteneva uno dei pochi ad aver visto in faccia il MdF, ha sempre sostenuto che gli orari forniti dai genitori di Pia non fossero inconciliabili con quelli del Bardazzi, potendo esserci benissimo una discrepanza di un quarto d'ora in una o nell'altra dichiarazione. In linea con questa considerazione e provando a dar credito all'avvistamento del Bardazzi, sottolineiamo due aspetti: il primo è che la distanza fra il bar "La Torre" e casa di Pia è quantificabile in 10/15 minuti di automobile, quindi se i due giovanni fossero usciti dalla tavolta calda attorno alle 16:35/16:40 avrebbero potuto in linea teorica essere in casa Rontini attorno alle 16:50, pur essendo i tempi decisamente stretti.
Il secondo è che durante la propria testimonianza Renzo Rontini dimostrò di non ricordare bene gli eventi di quel pomeriggio o di confonderli, in quanto dichiarò che quando chiese a Pia di compargli una birra, stava guardando un Gran Premio di Formula 1 in TV. Tuttavia, quel pomeriggio non era prevista alcuna gara di Formula 1. Dalle ricerche condotte dallo studioso Nicola Blasco emerge, invece, che alle 14 andò in onda la nota trasmissione televisiva "Grand Prix", dedicata all'automobilismo e al motociclismo. Da cui si può ricavare che il povero Rontini, a meno che non stesse legittimamente confondendo del tutto gli eventi di quel pomeriggio (ipotesi da non escludere, considerando il trauma che di lì a poche ore avrebbe vissuto), potrebbe aver semplicemente sbagliato l'orario in cui chiese a Pia di portargli birra, rendendo così nuovamente compatibile la presenza della figlia al bar del Bardazzi.
Ovviamente, al momento nessuno è in grado di affermare dove risieda la verità e dunque se realmente i due giovani entrati nel bar di Borgo fossero Pia e Claudio. Possiamo però affermare che l'uomo descritto dal Bardazzi era piuttosto simile a quello segnalato dalla Bazzi, dalla Lelmi e dagli altri testimoni di cui abbiamo testé parlato.
► 6. Proseguendo con le segnalazioni, secondo la testimonianza resa dal signor Franco L. ai carabinieri di Vicchio, la stessa sera dell'avvistamento da parte del Bardazzi, quindi la sera del 29 luglio attorno alle ore 20:00, circa un'ora e mezza prima che si consumasse il delitto, tale personaggio (o comunque un personaggio molto simile) venne visto nuovamente al bar "La spiaggia".
Questo il verbale redatto: "Non mi ricordo di preciso se sabato o domenica 28-29 luglio, ho notato nel bar La Spiaggia, che io frequento abitualmente, verso le 20:00 circa, un signore molto distinto, alto, di corporatura robusta, vestito con abito completo, stempiato, capelli chiari e corti, con lo sguardo mussoliniano, serio, entrare nel bar e consumare un caffè. Mi sono accorto di questo signore in quanto era molto distinto e portava la giacca, benché facesse molto caldo. Ricordo che la giacca era chiara e i pantaloni scuri. Individuo molto somigliante all'identikit (del Bardazzi, NdA) a parte la bocca che nella parte superiore mi sembrava più pronunciata".
► 7. Martedì 1 Agosto 1984, tre giorni dopo il delitto, il soggetto venne nuovamente visto al bar dove lavorava Pia. In questa occasione si limitò a prendere un caffè senza scambiare parola con nessuno. A servirlo fu la predetta Luciana Lelmi.
Valutando nel complesso le suddette segnalazioni, queste sembrano realmente indicare una stessa persona. Sorge, dunque, spontaneo chiedersi chi potesse essere quest'uomo che con così tanta costanza ha frequentato nel periodo del delitto il bar dove lavorava Pia e, ipotizzando anche che si trattasse della stessa persona indicata dalla signora Tiziana S., anche le sponde del fiume Sieve nei pressi della piazzola del duplice omicidio.
A queste segnalazioni dovremmo, inoltre, aggiungere altri due avvistamenti che si riteneva potessero fare riferimento sempre allo stesso soggetto e che abbiamo già riportato nei capitoli dedicati ai relativi duplici omicidi.
► 8. Il primo avvistamento risale a qualche mese prima del duplice omicidio delle Bartoline, quando in una tarda serata del luglio del 1981 in un bar di Calenzano, non molto distante dal luogo in cui si sarebbe verificato il delitto, una guardia giurata di nome Nicola Esposito era stata avvicinata da un uomo che aveva dimostrato un certo interesse verso la divisa e l'arma che l'Esposito stesso portava in dotazione. Quest'individuo, dopo aver mostrato all'Esposito tre cartucce, vecchie e ossidate, calibro 22 Long Rifle con la lettera H sul fondello, decise di regalargliele, sostenendo di averne altre 500 o 600 in casa. Costui venne descritto come alto circa 1.80, di corporatura robusta, spalle larghe, stempiato, con i capelli color biondo-rossiccio.
► 9. Il secondo e più importante avvistamento è invece relativo al delitto degli Scopeti ed è riportato nella testimonianza rilasciata in data 16 settembre 1985 dal signor Giovanni Uras al Reparto Operativo dei Carabinieri di Firenze.
Uras dichiarò di aver visto un uomo di 40-45 anni, alto circa 180 centimetri, robusto, dai capelli castano rossi (o come vedremo, più correttamente castano mossi) aggirarsi nei pressi della piazzola degli Scopeti poco dopo le 18 di venerdi 6 settembre 1985.
Sulla base di questa testimonianza i carabinieri realizzarono un photo-fit dell'individuo indicato.
Ovviamente, non sappiamo se questa segnalazione faccia riferimento allo stesso uomo visto più volte l'anno prima nei dintorni di Vicchio da diversi testimoni o addirittura allo stesso uomo visto quattro anni prima a Travalle dalla guardia giurata. Ci limitiamo, per ora, a riportare uno accanto all'altro l'identikit disegnato dopo la testimonianza del Bardazzi e il photo-fit realizzato dopo la testimonianza del signor Uras. Non sembrerebbe esserci eccessiva somiglianza, ma prima di soffermarci dettagliatamente su questo aspetto, torniamo a seguire l'evoluzione della sicuramente suggestiva ipotesi investigativa.
Il primo a interessarsi alla pista cosiddetta del "Rosso del Mugello" era stato l'avvocato difensore di Pietro Pacciani, Rosario Bevacqua, il quale, pur senza calcare troppo la mano durante il Processo di primo grado nei confronti del contadino di Mercatale, aveva fatto notare alla Corte la sinistra coincidenza di queste segnalazioni che convergevano verso un unico sospettato dalle chiare connotazioni fisiche.
La pista sembrò morire con la condanna in primo grado di Pacciani. Successivamente, in occasione del Processo ai Compagni di Merende, anche l'avvocato Filastò aveva provato a puntare l'attenzione sull'avvistamento del Bardazzi, ma anche in questo caso senza successo.
Come abbiamo anticipato, l'interesse per questa pista è stato ripreso in tempi più recenti dal documentarista Paolo Cochi. Le sue indagini, svolte inzialmente come consulente dell'avvocato Antonio Mazzeo, avevano portato alla conclusione che tutte le segnalazioni su riportate facevano ragionevolmente riferimento a un'unica persona e che questa sarebbe stata lo stesso individuo sospettato dal maggiore Anzà nel 1984 e possibile detentore della Beretta calibro 22 serie 70 mai ritrovata dopo il furto all'armeria Guidotti, il già citato Stefano P.
In diverse interviste, anche televisive, Cochi aveva illustrato il quadro indiziario a carico del suo sospettato. Lo riassumiamo brevemente:
Morto nel 2009, Stefano P. era stato condannato per favoreggiamento per il furto all'armeria, era vedovo, cacciatore, aveva una corporatura corrispondente al photo-fit realizzato a seguito dell'avvistamento di Uras agli Scopeti, era stato condannato nel 1980 per reati contro la libertà sessuale, era stato, infine, proprietario di un'abitazione posta a circa 200 metri di distanza dal luogo in cui nel settembre 1985 presumibilmente il mostro aveva imbucato la lettera alla dottoressa Della Monica.
Aspetti riccamente suggestivi erano, come abbiamo già fatto notare, la morte della moglie per un tumore al seno sinistro, lo stesso seno che in due occasioni il MdF aveva escisso alle vittime femminile, e la condanna per reati contro la libertà sessuale; condanna maturata - secondo le ricerche di Cochi - per un tentativo di violenza nei confronti di una minorenne.
Per ultimo, il soggetto aveva lavorato - sempre stando alle ricerche svolte dal noto ricercatore - in ambienti vicini a quelli giudiziari, forse in pretura, in questura o in procura. Non era ben chiaro il luogo, in quanto le dichiarazioni dei parenti intervistati risultavano piuttosto confuse in merito. Risultavano, invece, sommariamente concordanti nell'affermare che costui sarebbe stato buon amico di un ben noto magistrato fiorentino, impegnato in prima persona nella caccia al Mostro. Ovviamente, tale amicizia e tale impegno lavorativo avrebbero potuto dare al sospettato un certo vantaggio nei confronti degli inquirenti, in quanto, entro certi limiti, avrebbe potuto conoscere o intuire in anticipo le loro mosse.
Ma ovviamente, anche questa pista invesigativa non era scevra da dubbi, incertezze e detrattori nei vari ambienti mostrologici.
Vediamo cosa sembrava non tornare nel quadro indiziario formulato, già da prima che la Procura di Firenze smentisse questa pista.
● Per prima cosa, non vi era e non vi è univoca certezza che gli avvistamenti del 1984 riguardassero tutti la stessa persona. In particolar modo non si ha evidenza che l'uomo visto dal Bardazzi fosse lo stesso visto più volte al bar "La spiaggia" o ancor più sulle sponde della Sieve. Le descrizioni dei testimoni appaiono senza alcun dubbio convergenti, ma nulla più di questo è possibile dire.
● La discrepanza fra l'identikit redatto in seguito alla testimonianza del Bardazzi e il photo-phit redatto sulla base della testimonianza di Uras sollevava più di qualche dubbio sulla corrispondenza fra la persona che era stata segnalata nel 1985 e quella più volte segnalata nel 1984.
È sicuramente vero che si tratta di due tipologie di ricostruzioni facciali completamente diverse, in un caso un disegno, nell'altro un photofit, tuttavia era impossibile non notare le grandi differenze fra i due personaggi. Tanto più che da un lato lo stesso Bardazzi aveva definito l'identikit realizzato sulla base della propria testimonianza "abbastanza somigliante" all'individuo entrato nel suo bar, dall'altro il signor Franco L. aveva definito l'individuo da lui visto molto somigliante all'identikit del Bardazzi. Quindi se l'individuo sospetto del 1984 era davvero somigliante all'identikit del Bardazzi, difficilmente poteva esserlo all'identikit di Uras.
● Per quanto riguarda la testimonianza del Bardazzi, appariva un po' complesso pensare a un MdF che non solo avesse seguito la coppia Stefanacci-Rontini in pieno giorno dentro un bar, ma si era spinto fino a osservarla con astio sotto gli occhi di tutti. A maggior ragione, sembrava ancora più arduo pensare a un killer che si fosse fatto vedere da più persone nel bar dove lavorava Pia e senza alcuna remora aveva deciso di importunare qualche ragazza. Inoltre, nello stesso bar vi era finanche tornato per un'ultima volta a delitto compiuto. Tutto ciò andava decisamente contro l'idea di personaggio estremamente cauto e calcolatore che il MdF ha sempre dato durante gli anni della sua tragica attività delittuosa.
● Era inoltre lecito chiedersi perché lo stesso personaggio in un'occasione aveva assunto un atteggiamento assolutamente ostile e quasi da psicopatico nei confronti della coppia, tanto da doversi coprire la bocca con la mano per non far trapelare le parole che mormorava fra sé, mentre in altre occasioni si era comportato quasi normalmente, non importunando mai la Rontini, che pure era presente durante una delle sue visite al bar, ma rivolgendo le sue forse spregiudicate attenzioni verso altre ragazze, senza tuttavia trascendere nell'ostilità né tanto meno in atteggiamenti malsani. Ancora una volta, erano aspetti che lasciavano piuttosto perplessi.
● Inoltre e soprattutto, il personaggio avvistato nel bar dove lavorava Pia non sembrava essere un irreperibile perfetto sconosciuto, piombato in zona in occasione del delitto e scomparso subito dopo. Viene descritto come un ex frequentatore della discoteca, un frequentatore del bar e più in generale della zona. Dunque era facile ipotizzare che fossero stati fatti accertamenti e con ogni probabilità le forze dell'ordine fossero giunte alla sua individuazione. Era difficile, dunque, reputare potesse trattarsi dell'inafferabile Mostro di Firenze, a meno di non contemplare una completa, grottesca e tragica inettitudine di tutto l'ambiente indagatorio.
E difatti, come è appunto emerso a fine marzo del 2025, tale individuo era stato celermente individuato dalle forze dell'ordine e riconosciuto dalle colleghe di Pia, la Bazzi e la Lelmi, in una testimonianza resa in data 17 Agosto 1984, circa due settimane dopo il duplice omicidio. Si trattava di tale R.F. di Scarperia, che nulla aveva a che vedere né con lo Stefano P., né con i delitti del Mostro.
Forse è proprio questo il motivo per cui la Bazzi non fece menzione di tale individuo durante il processo ai CdM e sminuì fortemente eventuali episodi spiacevoli con taluni avventori all'epoca del delitto, classificandoli come normali e innocui rapporti fra clienti e bariste. Sembra molto probabile che, dopo il riconoscimento dell'agosto del 1984 e la testimonianza resa a Giuttari nel 1995, la Bazzi avesse fortemente ridimensionato la portata degli episodi da lei inizialmente giudicati come molto inquietanti. Non vi aveva, dunque, fatto alcun riferimento durante il processo ai CdM, in quanto consapevole che il soggetto in questione non aveva nulla a che fare con l'omicidio della povera Pia e più in generale con la vicenda del Mostro di Firenze.
● Per quanto riguarda Stefano P., invece, secondo gli amministratori del canale youtube "I mostri di Firenze", nei giorni in cui si compiva il duplice omicidio degli Scopeti, il sospettato sarebbe risultato in vacanza a Forte dei Marmi, attenzionato dalle forze dell'ordine, dunque impossibilitato a commettere il duplice omicidio.
Ma quand'anche non fosse stato così, il soggetto in questione avrebbe commesso l'ultimo terribile duplice omicidio due mesi dopo essere entrato per la prima volta nelle indagini sul Mostro, essere stato perquisito e interrogato. Anche se questo non è ovviamente un punto dirimente, è indubbio che forniva qualche spunto di riflessione: sarebbe stato infatti lecito attendersi maggiore prudenza da un soggetto consapevole di essere improvvisamente e per la prima volta finito nel mirino degli inquirenti.
● Sempre a proposito di Stefano P., era apparso piuttosto strano che un personaggio con simili precedenti penali (condanna per favoreggiamento per il furto all'armeria e condanna per tentata violenza sessuale) potesse esser finito a lavorare in ambienti giudiziari, pretura, questura o procura che fosse. Difatti, le ricerche dello studioso Dario Quaglia sui contributi versati dal sospettato sembravano smentire tale attività lavorativa.
● Infine, c'è l'ormai ben nota questione "Rosso" o "Mosso" del Mugello.
Sappiamo che il personaggio avvistato svariate volte a Vicchio nel 1984, il predetto R.F., aveva i capelli di color biondo-rossiccio; un colore che non era possibile riscontrare nel photo-fit di Uras del 1985. Trattandosi, però, di un'immagine in bianco e nero, il punto non era mai apparso dirimente, anche perché in calce al photo-fit che circolava in rete era presente una breve descrizione dattiloscritta dell'individuo in cui sembrava potersi leggere: "Photo-fit relativo a persona notata nei pressi del luogo del duplice omicidio nella serata del 6/9/1985 verso le ore 18 circa. Alto m. 1,80 – Capelli castani rossi – Viso pieno – Età 40-45 anni".
In realtà, in questa didascalia non era possibile leggere con chiarezza la parola "rossi", in quanto la prima lettera era così sgranata da rendere impossibile la corretta decifrazione. Da più parti si era comunque dato per scontato che i capelli fossero castani rossi, in linea con le segnalazioni dell'anno precedente e - si dice - con la colorazione tricologica di Stefano P.
Si è appurato in seguito, tuttavia, che la parola incirminata non fosse "rossi", bensì "mossi". Alcuni ricercatori (fra cui Enrico Manieri e Francesco Cappelletti) hanno, difatti, reso pubblica una seconda versione del photo-fit, la cui didascalia appariva chiara e leggibile in ogni sua parte e riportava testualmente: "Capelli castani mossi".
Dunque, si dava atto che il personaggio avvistato da Uras non era "rosso" e alla mancanza di somiglianza fra i due identikit (Bardazzi-Uras), vi era da aggiungere anche una discrepanza sul colore dei capelli.
Tutto ciò aveva sicuramente fatto perdere una certa credibilità alla pista del "Rosso del Mugello", ma a porvi una definitiva pietra sopra, è stata la Procura di Firenze per mano dei due Pubblici Ministero Ornella Galeotti e Beatrice Giunti, titolari delle indagini sull'ultimo fascicolo sul Mostro di Firenze.
Nell'ordinanza, datata 20 marzo 2025, in cui respingevano la richiesta dell'avvocato Alessio Tranfa di accedere ad alcuni atti d'indagine al fine di svolgere accertamenti investigativi, le due magistrate dichiaravano che quella che conduceva a Stefano P. era una pista "smentita da ingagini già svolte", le cui vicende "sono state equivocate e ricostruite in modo tale da proporre deduzioni mendaci".
Come abbiamo, infatti, visto nel capitolo denominato La pistola del Mostro, la Beretta calibro 22 rubata nel 1965 dall'armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo non era affatto dispersa, ma era stata rinvenuta nel 1970 a Rimini, in mano a un soggetto che nulla aveva a che fare con lo Stefano P.
Nel 1972 l'arma era stata poi venduta a un'asta giudiziaria e acquistata da un tale M.V. che la deteneva ancora nel 1990. Per maggiori dettagli, vedasi la sezione dedicata agli Aggiornamenti.
Dunque, non solo Stefano P. non aveva nulla a che vedere con gli avvistamenti in quel di Vicchio nel luglio del 1984, ma non era mai neanche stato in possesso della Beretta Calibro 22, presuntamente dispersa.
Risulta a questo punto lampante come questi fattori abbiano fatto crollare il pur suggestivo quadro indiziario a suo carico.
Iniziamo questa breve trattazione con il chiarire chi è Zodiac.
Zodiac, anche noto come Zodiac Killer o killer dello Zodiaco, è stato un assassino seriale che ha agito nella California settentrionale tra il dicembre 1968 e l'ottobre 1969. L'appellativo venne coniato dallo stesso autore dei delitti in una serie di lettere inviate alla stampa dall'agosto 1969 fino al luglio del 1974, dunque ben oltre l'ultimo delitto ufficialmente da lui commesso. Tali lettere contenevano fra l'altro anche quattro crittogrammi (messaggi cifrati), uno dei quali rimane ancora oggi senza soluzione, mentre un altro è stato decriptato solo pochi mesi fa.
Zodiac uccise cinque persone in quattro agguati che videro complessivamente coinvolte sette persone, quattro uomini e tre donne; due di loro sopravvissero alle aggressioni. In verità al killer dello Zodiaco sono state attribuite numerose altre vittime, senza tuttavia che vi fossero prove sufficienti per confermarle.
Al di là del numero piuttosto esiguo di vittime e del tempo limitato in cui ha colpito, Zodiac è stato uno dei serial killer più conosciuti e temuti del ventesimo secolo. A fare di lui quasi una tragica icona popolare sono state soprattutto le numerose lettere inviate a importanti giornali locali in cui sfidava, minacciava, derideva e quasi giocava con gli inquirenti.
Nonostante le serrate indagini e i numerosi sospetti, a oggi l'identità dell'assassino rimane ancora sconosciuta. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Zodiac è stato recentemente accostato a quello del Mostro di Firenze.
Ma proviamo ad andare con ordine.
Il 6 giugno 1994 si presentò a deporre al Processo Pacciani l'ex soldato americano Giuseppe Bevilacqua, detto Joe. Dopo aver lasciato l'esercito, dal 1974 al tardo 1988 il Bevilacqua fu direttore del cimitero militare statunitense dei Falciani, a San Casciano in Val di Pesa. Il cimitero era estremamente vicino alla piazzola degli Scopeti. Lo stesso Bevilacqua abitava in prossimità del cimitero, dunque a una distanza di circa trecento metri in linea d'aria dalla piazzola.
Durante la sua testimonianza a processo (vedasi la relativa appendice), il Bevilacqua dichiarò fra le altre cose di aver visto Pacciani, vestito da guardiacaccia o con abbigliamento simile, aggirarsi sul luogo del delitto nei giorni in cui lo stesso ebbe luogo. Fu oggettivamente una strana deposizione quella del Bevilacqua, abbastanza ricca di contraddizioni e incongruenze, in cui l'avvocato difensore del Pacciani, Rosario Bevacqua, sembrò quasi accusare il teste di poter avere a che fare con gli omicidi. Gli chiese infatti se nel 1968 fosse stato in Italia, se avesse posseduto o possedesse armi, fece notare alla corte l'estrema somiglianza con il Pacciani e in un fuori onda si lasciò andare a un commento forse scherzoso "può essere lui il mostro".
La testimonianza del Bevilacqua non fu comunque particolarmente determinante per la condanna dell'imputato e la questione sembrò terminare lì.
Tuttavia, circa ventiquattro anni dopo, precisamente nel maggio del 2018, il nome di Joe Bevilacqua tornò prepotentemente agli onori della cronaca mostrologica quando un giovane giornalista, Francesco Amicone, dichiarò in un lungo articolo su "Il Giornale" di aver raccolto le confidenze dell'ex soldato italoamericano, il quale gli avrebbe rivelato di essere stato sia l'autore degli omicidi in California attribuiti a Zodiac sia di quelli in Toscana attribuiti al Mostro di Firenze a partire da Rabatta nel 1974.
Le prime ammissioni sarebbero avvenute, stando a quanto dichiarato dallo stesso Amicone, nel corso di una lunga telefonata sopraggiunta al culmine di una serie di colloqui a casa dello stesso Bevilacqua, in un paese della provincia fiorentina. A tale telefonata sarebbe seguita la confessione vera e propria, durante la quale Bevilacqua avrebbe sostenuto che, dopo tanti anni, gli inquirenti americani non avrebbero potuto dimostrare che fosse lui l'autore degli omicidi commessi da Zodiac.
Sempre stando alle dichiarazioni di Amicone, lui avrebbe consigliato al Bevilacqua di costituirsi ai carabinieri e di portare con sé la pistola con cui aveva commesso i delitti attribuiti al Mostro di Firenze.
Risulta facile capire come questa incredibile rivelazione, caduta come un fulmine a ciel sereno, risolvesse due annosi e inestricabili enigmi criminologici, l'identità di Zodiac e quella del MdF. Accolta con un certo scetticismo da gran parte della comunità mostrologica, a lungo sono state attese le prove promesse dall'Amicone che attestassero le rivelazioni del Bevilacqua. Prove almeno fino a oggi mai arrivate. Amicone ha dichiarato a tal proposito di non aver registrato la confessione per un errore tecnico.
Inutile dire che non solo il Bevilacqua non si è mai costituito e non ha mai portato agli inquirenti la famosa pistola del Mostro, ma dopo l'esplosione medatica del caso (anche la trasmissione "Chi L'ha Visto" su RaiTre se n'è occupata) minacciò di querela il giovane Amicone. Non solo, anche il difensore delle vittime francesi, l'avvocato Vieri Adriani, si vide costretto a presentare un esposto contro il giornalista per depistaggio delle indagini.
Negli ultimi tempi, le indagini della Procura fiorentina hanno inteso far chiarezza su alcuni punti della vicenda. Fonti giornalistiche (che, beninteso, potrebbero indubbiamente lasciare il tempo che trovano) rivelano che la Procura di Firenze avrebbe acquisito il DNA di Bevilacqua. L'ex direttore del cimitero americano sarebbe inoltre già stato sottoposto a un test su richiesta della Procura della Repubblica di Siena nell' ambito delle indagini sull'omicidio della tassista Alessandra Vanni, uccisa nel 1997 a Castellina in Chianti. L'esito del test è risultato negativo.
Negli ambienti mostrologici la teoria Zodiac, accolta inizialmente come la classica bufala estiva e dunque con estremo scetticismo, ha catturato col tempo l'attenzione di qualche valente studioso del caso, come Valeria Vecchione, la principale artefice delle indagini condotte sulla busta inviata dal MdF alla dottoressa Della Monica nel settembre del 1985 (vedasi il relativo capitolo).
Gli indizi che hanno portato una parte dell'odierna mostrologia dapprima a interessarsi alla pista Zodiac, in seguito ad abbracciarla, sarebbero:
▪ i messaggi cifrati inviati da Zodiac contenevano spesso riferimento alla parola "acqua";
▪ l'articolo di giornale da cui erano state ritagliate la maggior parte delle lettere utilizzate per comporre l'indirizzo sulla busta inviata alla Della Monica, era intitolato "Cari dolce acque";
▪ abbiamo visto che la rivista da cui furono ritagliate le suddette lettere era la numero 51 di "Gente", in edicola fra il 14 e il 20 Dicembre 1984; è risaputo che la data del 20 dicembre era una data molto cara a Zodiac: il 20 dicembre del 1968 Zodiac commise il suo primo omicidio; il 20 dicembre 1969 Zodiac spedì una lettera all'avvocato Belli, in cui chiedeva aiuto e allegava un pezzo della camicia di una sua vittima; pare che lo stesso Zodiac fosse nato il 20 dicembre;
▪ l'ultima comunicazione ufficiale inviata da Zodiac risaliva al luglio del 1974; da quel momento in poi, dopo cinque lunghi anni di intensa corrispondenza, di Zodiac si sarebbero perse tutte le tracce. Due mesi dopo, il 14 Settembre 1974, aveva inizio la tragica epopea del Mostro di Firenze con il delitto di Rabatta;
▪ le metodologie di attacco e le firme lasciate sui luoghi del delitto da Zodiac e dal Mostro sembrano (a parere di chi segue questa pista) piuttosto simili.
A onor del vero c'è da dire che quest'ultimo è un indizio talmente labile che non può neanche definirsi tale. Innanzitutto va precisato che Zodiac non attaccava solo coppie appartate in auto, ma in un'occasione uccise un tassista nella sua automobile. Inoltre in due occasioni Zodiac non riuscì a concludere mortalmente il proprio assalto, mancando di uccidere due delle vittime prescelte. Il Mostro di Firenze ha sempre attaccato coppie appartate in auto o in tenda e non ha mai lasciato in vita alcuna vittima, né alcun testimone scomodo. Il Mostro aveva una vera e propria firma, forse anche più di una: sicuramente l'arma da fuoco, sempre la stessa dal 1968 al 1985; un'altra eventuale firma (anzi secondo lo Spezi, la vera firma del killer) potrebbe essere l'allontamento del cadavere dell'uomo da quello della donna. Non risulta che gli omicidi di Zodiac siano stati contraddisti da una metodologia e un'eventuale firma inequivocabilmente riconducibile a lui;
▪ continuando, comunque, con gli indizi che accomunerebbero le due tragiche vicende delittuose, la registrazione del colloquio nel carcere di Pisa fra Mario Vanni e Lorenzo Nesi (vedasi il relativo capitolo) sarebbe un'ulteriore conferma della bontà della pista "Zodiac". In quell'occasione Vanni rivelò al Nesi che l'autore dei delitti fosse un tale Ulisse, l'americano. La Procura credette di individuare tale Ulisse nello stilista americano Mario Robert Parker (vedasi capitolo Il secondo livello), ma abbiamo già avuto modo di vedere come questa strada difficilmente possa essere considerata quella giusta. I seguaci della teoria Zodiac ritengono appunto che l'americano Ulisse fosse proprio il Bevilacqua;
▪ infine, quando l'ex soldato si presentò a deporre al processo Pacciani si era ben guardato dal dichiarare di essere stato un ex sergente dell'esercito degli Stati Uniti con 20 anni di carriera alle spalle e un turno di servizio in Vietnam. Al contrario si era presentato semplicemente come ex direttore del cimitero dei Falciani e, pressato dalle domande dell'avvocato Bevacqua, come ex "poliziotto criminale". Questa omissione sul suo passato ha sempre destato qualche dubbio all'interno della comunità mostrologica che crede nella teoria Zodiac. Come se aver omesso di esser stato un reduce del Vietnam avrebbe potuto allontanare sospetti di qualsiasi tipo.
In tempi molto recenti (dal febbraio 2022), la vicenda ha avuto un ulteriore strascico giudiziario. A seguito della querela per diffamazione presentata da Joe Bevilacqua nei confronti di Francesco Amicone, la Procura di Firenze, nella persona del dottor Luca Turco, ha chiuso le indagini, rinviando a giudizio il giornalista. Nel fascicolo che archivia la pratica sul Bevilacqua, è possibile leggere che l'inchiesta giornalistica dell'Amicone "è caratterizzata da suggestioni, supposizioni, asserite intuizioni e non contiene alcun elemento fattuale suscettibile ad assurgere a dignità di indizio".
Per maggiori dettagli, vedasi la pagina dedicata agli "Aggiornamenti".
Novità sul caso Zodiac in data 5 Dicembre 2024:
Il giornalista Francesco Amicone è stato condannato in primo grado per diffamazione nei confronti di Joe Bevilacqua. Per maggiori dettagli si faccia nuovamente riferimento agli "Aggiornamenti".
Nel presente capitolo cercheremo invece di analizzare, e per quanto possibile valutare, due piste investigative che non possono essere certamente definite ufficiali ma che hanno raccolto un certo numero di sostenitori o addirittura sono risultate fra le più gettonate della recente mostrologia.
Entrambe sono state, fra dicembre 2024 e marzo 2025, sconfessate ufficialmente dalla Procura di Firenze, ma non per questo hanno necessariamente perso credito.
Il Rosso del Mugello
La prima pista su cui ci soffermiamo è quella del cosiddetto "Rosso del Mugello", cui sommariamente abbiamo già accennato nel corso di queste pagine.Abbiamo visto nel capitolo dedicato a La pistola del Mostro che la notte del 5 febbraio 1965 erano state rubate quattro armi da fuoco da una ferrammenta/armeria di proprietà del signor Romano Guidotti a Borgo San Lorenzo.
Le indagini degli inquirenti portarono a rintracciare gli autori del furto e a recuperare in due distinte operazioni di polizia a Firenze e Brescia due delle pistole rubate.
Delle pistole non rinvenute, una sarebbe risultata parecchi anni dopo di particolare interesse per le indagini sul Mostro, in quanto si trattava di una Beretta Calibro 22 Long Rifle Serie 70 Modello 75, che era stata acquistata dall'armeria Guidotti nel 1963.
Subito dopo il duplice omicidio di Vicchio, in piena epoca "Mostro", il maggiore Sebastiano Anzà sospettò che proprio tale arma scomparsa potesse essere messa in relazione con i delitti del MdF. In un dettagliato rapporto dell'ottobre 1984, il graduato dell'Arma indicò come possibile possessore un uomo di origine mugellana, precisamente di Scarperia, tale Stefano P., nato nel luglio del 1938, amico e fiancheggiatore di coloro che avevano perpetrato il furto all'armeria.
Dal rapporto si evince che tale individuo negli anni '60 si era trasferito dal Mugello alla zona ovest di Firenze e che nel giugno del 1966 aveva subito una perquisizione per il furto della predetta Beretta; durante la perquisizione erano stati rinvenute armi e munizioni, fra cui due cartucce calibro 22 e una decina di bossoli. Infine, particolari riccamente suggestivi, costui aveva perso la moglie per un tumore al seno sinistro e nel 1980 era stato denunciato per reati contro la libertà sessuale.
Le indagini che seguirono al rapporto del maggiore portarono nel giugno del 1985 a una nuova perquisizione nell'abitazione del soggetto, che però non diede alcun frutto. Fu sequestrata, invero, una pistola, ma non risultò compatibile né con quella rubata nel 1965, né con la vicenda del Mostro. In seguito tale pista venne completamente abbandonata e del suddetto personaggio non si è più parlato a livello investigativo. A quanto risulta non rientrò neanche nella famosa lista della SAM.
Oltre trent'anni dopo, attorno al 2018, il documentarista Paolo Cochi ha concentrato le sue ricerche su tale individuo, dicendosi persuaso che qui protrebbe risiedere la soluzione del caso. Stando alle informazioni da lui raccolte, tale soggetto, oltre ad essere stato l'ipotetico possessore della pistola rubata a Borgo nel 1965 compatibile con quella del mostro, sarebbe anche colui che era stato avvistato in luoghi prossimi alle piazzole di Vicchio e Scopeti in giorni concomitanti con gli omicidi.
Abbiamo già accennato nei relativi capitoli (La Boschetta e Scopeti) a queste segnalazioni che sembravano convergere verso uno stesso sinistro personaggio dai capelli biondo-rossicci, soprannominato dalla recente mostrologia Il Rosso del Mugello. Le ripercorriamo in maniera più approfondita e in ordine strettamente cronologico.
► 1. La prima testimonianza è quella resa nei primi giorni di agosto del 1984 ai carabinieri di Vicchio dalla signora Tiziana S., secondo cui un uomo venne notato sabato 14 luglio intento a spiare alcune ragazze che prendevano il sole sulle rive del fiume Sieve, in un punto estremamente vicino alla piazzola della Boschetta, luogo del delitto.
Stando a questa testimonianza si tratterebbe di un individuo molto distinto, "all'apparenza un professionsta", sui 40/45 anni, vestito con pantaloni chiari, beige o grigi, e con una camicia parzialmente sbottonata a maniche corte o rimboccate di colore bianco. Era alto circa 180 centimetri, di "corporatura robusta, meglio prestante, capelli corti con riga sul lato sinistro, leggermente stempiato". Per quanto riguarda i capelli, il verbale riporta "colore dei capelli sul castano chiaro, ma non escludo la gradazione dal biondo o al rossiccio".
► 2. La seconda testimonianza venne resa ai carabinieri di Vicchio il 2 Agosto 1984 dalla collega di Pia, Manuela Bazzi. La donna dichiarò che un personaggio molto simile a quello già descritto si presentò verso le 18 del sabato 21 luglio al bar "La Nuova Spiaggia" dove lavorava Pia. Importunò una ragazza chiedendole se era ancora accampata in tenda e alla risposta affermativa di questa, le disse che sarebbe andato a trovarla. Tale ragazza lasciò il bar piuttosto intimidita dall'atteggiamento dell'uomo.
Da verbale, la Bazzi descrive la persona con le seguenti parole: "Alta circa 1,80, molto robusto, viso tondo, colorito roseo accentuato, labbra carnose, senza barba né baffi, capelli corti, stempiato, colore biondo sul rossiccio, occhi credo marrone chiaro... apparantemente dimostrava circa 45 anni... appariva persona abbastanza curata e pulita anche se non vestiva in modo elegante... nel parlare dimostrava di essere toscano anche se non con accento marcato".
► 3. Secondo la testimonianza resa ai carabinieri sempre il 2 Agosto 1984 da un'altra collega di Pia, la signora Luciana Lelmi, lo stesso personaggio si presentò nuovamente al bar il giorno successivo, domenica 22 luglio. Nell'occasione il tipo chiese alla Lelmi quante ragazze lavorassero in quel bar.
Queste le sue dichiarazioni: "La domenica precedente al 29/7/1984, mi trovavo al posto di lavoro unitamente a Pia, e ricordo che verso le ore 17.00 circa si presentava al banco un signore alto circa 1.75, abbastanza robusto, viso rotondo, di colorito roseo, capelli lisci corti con ciuffo che lo mandava sul lato sinistro, forse leggermente stempiato, i capelli erano di colore biondo chiaro, età apparente di circa 45 anni... aveva un accento toscano e quando parlava non mi sembrava fosse una persona del tutto normale, lo stesso mi scrutava in modo voglioso guardandomi dall'alto in basso".
È importante notare come in quel momento ci fosse anche Pia nel bar, eppure il soggetto non aveva dato alcun segnale di intemperanza né aveva mostrato ostilità nei confronti della ragazza. Vedremo come questo comportamento non sarà in linea con le famose e ben note dichiarazioni di Baldo Bardazzi.
È altresì importante segnalare che nel prosieguo della testimonianza la Lelmi affermò di aver già notato in precedenza questo individuo e che lo stesso in passato aveva frequentato spesso la sala da ballo proprio accanto al bar "La nuova spiaggia", quando questa era ancora aperta. Secondo la Lelmi questo soggetto amava intrattenersi all'ingresso del locale e osservare le ragazze che vi entravano. La sala da ballo era stata chiusa circa due anni prima, dunque orientativamente nel 1982.
► 4. Una settimana dopo, dunque sabato 28 luglio 1984 verso le 18.30, lo stesso personaggio tornò al bar e incontrò nuovamente la Manuela Bazzi. La chiamò per nome (nonostante la donna affermi che non si erano mai rivolti la parola prima) e le chiese se la sera andasse a ballare. In quell'occasione la Bazzi rimase così turbata dalle parole e dall'atteggiamento dell'uomo che domandò ad altri avventori se conoscessero questa persona. Le fu risposto che probabilmente era di Scarperia.
Parecchi anni dopo, nel 1995, la Bazzi sarebbe stata sentita in merito anche dal dottor Michele Giuttari, all'epoca a capo delle indagini sul MdF. Nell'occasione, puntualizzò che aveva già visto la stessa persona anche in precedenza e avrebbe continuato a vederla saltuariamente in epoca successiva rispetto al delitto; poteva, dunque, considerarlo un avventore del bar, anche se non assiduo. Inoltre, aveva rivisto quell'uomo anche in altre situazioni, per strada a San Piero a Sieve o al marcato settimanale di Borgo San Lorenzo.
Ovviamente non esistono dubbi sulla genuinità di tali dichiarazioni, la maggior parte delle quali rilasciate nell'immediatezza del delitto. Per questo motivo, è venuto naturale chiedersi perché la Bazzi non fece menzione di questi episodi durante il Processo ai CdM. Quando, infatti, in aula venne interrogata dal PM Canessa (udienza dell'8 luglio 1997) e le fu chiesto esplicitamente se la Rontini fosse stata mai importunata da qualcuno o se nel bar si fossero verificate situazioni spiacevoli, la Bazzi dichiarò di non avere ricordi del genere e sminuì fortemente eventuali episodi, classificandoli come normali e innocui rapporti fra clienti e bariste.
Come vedremo più avanti, questa apparente contraddizione troverà, in realtà, una possibile e legittima spiegazione nella recente ordinanza con cui la Procura di Firenze ha rigettato la richiesta di svolgere indagini sull'individuo segnalato.
► 5. Il pomeriggio successivo, domenica 29 luglio 1984, giorno del delitto, ci fu il famoso avvistamento di un uomo giudicato fortemente sospetto nel bar del signor Bardazzi. Non è dato sapere se si tratti dello stesso individuo delle precedenti segnalazioni, la somiglianza in ogni caso non è trascurabile.
Abbiamo già parlato sommariamente di questo episodio nel capitolo dedicato al duplice omicidio de La Boschetta, adesso vi dedichiamo lo spazio che merita.
Il signor Bardo Bardazzi, proprietario del bar La Torre a Borgo San Lorenzo, riferì alle forze dell'ordine che il giorno dell'omicidio, attorno alle 16:45, due ragazzi che lui successivamente avrebbe riconosciuto come Pia e Claudio, erano stati nel suo locale a mangiare qualcosa. Subito dopo il loro ingresso, nel locale era entrato anche un uomo distinto, elegante, con la faccia piena, leggermente stempiato e con capelli sul rossiccio, di età sui 50 anni, alto almeno 175 cm. Quest'uomo, che il Bardazzi sostenne di non aver mai visto prima, sembrava mostrare un certo livore verso la giovane coppia.
Costui aveva infatti ordinato una birra e si era seduto sui tavolini all'esterno del locale; da lì pareva guardare i due ragazzi in modo torvo e cattivo, inoltre cercava di nascondere con una mano la propria bocca per non farsi scorgere mentre mormorava frasi (presumibilmente offensive o oscene) nei confronti della coppia. Quando i due giovani, terminata la consumazione, lasciarono il locale, l'uomo si affrettò a scolare in un unico sorso metà della birra rimasta nel suo bicchiere e a seguirli.
Il giorno successivo, Bardazzi vide le foto delle vittime sui giornali e riconobbe la coppia uccisa come quella che era stata nel suo locale. Si presentò quindi ai carabinieri per rendere testimonianza.
Inizialmente la sua deposizione fu presa piuttosto seriamente dagli inquirenti, anche perché il Bardazzi fornì un particolare che avrebbe trovato un certo riscontro nelle dichiarazioni dei genitori di Pia. Disse, infatti, che la ragazza del bar aveva mangiato un panino con le cozze, il che trovava corrispondenza con la testimonianza della mamma di Pia, secondo cui uno dei cibi preferiti della figlia fossero proprio le cozze.
Il Bardazzi fu invitato a seguire dall'alto il funerale della giovane coppia e segnalare l'eventuale presenza dell'uomo. Fu, inoltre, tracciato un identikit del misterioso personaggio. Per fornire maggiori dettagli atti al riconoscimento dell'individuo, il Bardazzi dichiarò che costui assomigliava molto a un infermiere di Luco di Mugello di nome Vignini. Affermò, inoltre, che il soggetto in questione indossava al dito medio un vistoso anello recante un particolare sigillo. Come abbiamo visto nel capitolo dedicato a Giampiero Vigilanti, parecchi anni dopo il Bardazzi avrebbe definito il sigillo simile a quello della Legione Straniera.
Col tempo, tuttavia, complice anche la strada intrapresa dalla Procura di Firenze, si è data sempre meno importanza a questo avvistamento. Durante il Processo ai CdM, il PM Paolo Canessa tentò di smontare la testimonianza del Bardazzi, provando a dimostrare che la coppia entrata nel suo bar non poteva essere quella uccisa alla Boschetta. Il PM mise, infatti, in risalto alcune presunte contraddizioni nella testimonianza del Bardazzi. Nel verbale redatto dai carabinieri all'epoca del delitto, Bardazzi aveva in effetti fornito come orario in cui aveva visto la coppia nel proprio locale le 16:45 circa. In dibattimento il Bardazzi sostenne invece che l'orario sarebbe stato attorno alle 15:30. Secondo l'accusa questo cambio di versione era dovuto al fatto che alle ore 16:45 Pia era molto probabilmente già al lavoro o in procinto di arrivarci, come da testimonianza dei suoi genitori e della collega Marisa Franconi. Messo di fronte alla discrepanza di orari, Bardazzi affermò che probabilmente l'ora corretta fosse quella fornita nell'immediatezza dell'omicidio e non quella resa in aula, in quanto all'epoca il ricordo era decisamente più fresco.
È opportuno a tal proposito precisare che secondo la testimonianza di Renzo Rontini e di sua moglie Winnie, quel pomeriggio Pia rientrò a casa verso le 16:50, comprò una birra al padre al bar Stellini, quindi uscì nuovamente subito dopo in quanto alle 17:00 doveva essere al bar per il suo turno di lavoro. Il che appunto renderebbe impossibile la presenza di Pia e Claudio alle 16:45 al bar di Borgo San Lorenzo.
D'altro canto, l'avvocato Nino Filastò, da sempre convinto della bontà della testimonianza del Bardazzi, che anzi lo stesso Filastò riteneva uno dei pochi ad aver visto in faccia il MdF, ha sempre sostenuto che gli orari forniti dai genitori di Pia non fossero inconciliabili con quelli del Bardazzi, potendo esserci benissimo una discrepanza di un quarto d'ora in una o nell'altra dichiarazione. In linea con questa considerazione e provando a dar credito all'avvistamento del Bardazzi, sottolineiamo due aspetti: il primo è che la distanza fra il bar "La Torre" e casa di Pia è quantificabile in 10/15 minuti di automobile, quindi se i due giovanni fossero usciti dalla tavolta calda attorno alle 16:35/16:40 avrebbero potuto in linea teorica essere in casa Rontini attorno alle 16:50, pur essendo i tempi decisamente stretti.
Il secondo è che durante la propria testimonianza Renzo Rontini dimostrò di non ricordare bene gli eventi di quel pomeriggio o di confonderli, in quanto dichiarò che quando chiese a Pia di compargli una birra, stava guardando un Gran Premio di Formula 1 in TV. Tuttavia, quel pomeriggio non era prevista alcuna gara di Formula 1. Dalle ricerche condotte dallo studioso Nicola Blasco emerge, invece, che alle 14 andò in onda la nota trasmissione televisiva "Grand Prix", dedicata all'automobilismo e al motociclismo. Da cui si può ricavare che il povero Rontini, a meno che non stesse legittimamente confondendo del tutto gli eventi di quel pomeriggio (ipotesi da non escludere, considerando il trauma che di lì a poche ore avrebbe vissuto), potrebbe aver semplicemente sbagliato l'orario in cui chiese a Pia di portargli birra, rendendo così nuovamente compatibile la presenza della figlia al bar del Bardazzi.
Ovviamente, al momento nessuno è in grado di affermare dove risieda la verità e dunque se realmente i due giovani entrati nel bar di Borgo fossero Pia e Claudio. Possiamo però affermare che l'uomo descritto dal Bardazzi era piuttosto simile a quello segnalato dalla Bazzi, dalla Lelmi e dagli altri testimoni di cui abbiamo testé parlato.
► 6. Proseguendo con le segnalazioni, secondo la testimonianza resa dal signor Franco L. ai carabinieri di Vicchio, la stessa sera dell'avvistamento da parte del Bardazzi, quindi la sera del 29 luglio attorno alle ore 20:00, circa un'ora e mezza prima che si consumasse il delitto, tale personaggio (o comunque un personaggio molto simile) venne visto nuovamente al bar "La spiaggia".
Questo il verbale redatto: "Non mi ricordo di preciso se sabato o domenica 28-29 luglio, ho notato nel bar La Spiaggia, che io frequento abitualmente, verso le 20:00 circa, un signore molto distinto, alto, di corporatura robusta, vestito con abito completo, stempiato, capelli chiari e corti, con lo sguardo mussoliniano, serio, entrare nel bar e consumare un caffè. Mi sono accorto di questo signore in quanto era molto distinto e portava la giacca, benché facesse molto caldo. Ricordo che la giacca era chiara e i pantaloni scuri. Individuo molto somigliante all'identikit (del Bardazzi, NdA) a parte la bocca che nella parte superiore mi sembrava più pronunciata".
► 7. Martedì 1 Agosto 1984, tre giorni dopo il delitto, il soggetto venne nuovamente visto al bar dove lavorava Pia. In questa occasione si limitò a prendere un caffè senza scambiare parola con nessuno. A servirlo fu la predetta Luciana Lelmi.
Valutando nel complesso le suddette segnalazioni, queste sembrano realmente indicare una stessa persona. Sorge, dunque, spontaneo chiedersi chi potesse essere quest'uomo che con così tanta costanza ha frequentato nel periodo del delitto il bar dove lavorava Pia e, ipotizzando anche che si trattasse della stessa persona indicata dalla signora Tiziana S., anche le sponde del fiume Sieve nei pressi della piazzola del duplice omicidio.
A queste segnalazioni dovremmo, inoltre, aggiungere altri due avvistamenti che si riteneva potessero fare riferimento sempre allo stesso soggetto e che abbiamo già riportato nei capitoli dedicati ai relativi duplici omicidi.
► 8. Il primo avvistamento risale a qualche mese prima del duplice omicidio delle Bartoline, quando in una tarda serata del luglio del 1981 in un bar di Calenzano, non molto distante dal luogo in cui si sarebbe verificato il delitto, una guardia giurata di nome Nicola Esposito era stata avvicinata da un uomo che aveva dimostrato un certo interesse verso la divisa e l'arma che l'Esposito stesso portava in dotazione. Quest'individuo, dopo aver mostrato all'Esposito tre cartucce, vecchie e ossidate, calibro 22 Long Rifle con la lettera H sul fondello, decise di regalargliele, sostenendo di averne altre 500 o 600 in casa. Costui venne descritto come alto circa 1.80, di corporatura robusta, spalle larghe, stempiato, con i capelli color biondo-rossiccio.
► 9. Il secondo e più importante avvistamento è invece relativo al delitto degli Scopeti ed è riportato nella testimonianza rilasciata in data 16 settembre 1985 dal signor Giovanni Uras al Reparto Operativo dei Carabinieri di Firenze.
Uras dichiarò di aver visto un uomo di 40-45 anni, alto circa 180 centimetri, robusto, dai capelli castano rossi (o come vedremo, più correttamente castano mossi) aggirarsi nei pressi della piazzola degli Scopeti poco dopo le 18 di venerdi 6 settembre 1985.
Sulla base di questa testimonianza i carabinieri realizzarono un photo-fit dell'individuo indicato.
Ovviamente, non sappiamo se questa segnalazione faccia riferimento allo stesso uomo visto più volte l'anno prima nei dintorni di Vicchio da diversi testimoni o addirittura allo stesso uomo visto quattro anni prima a Travalle dalla guardia giurata. Ci limitiamo, per ora, a riportare uno accanto all'altro l'identikit disegnato dopo la testimonianza del Bardazzi e il photo-fit realizzato dopo la testimonianza del signor Uras. Non sembrerebbe esserci eccessiva somiglianza, ma prima di soffermarci dettagliatamente su questo aspetto, torniamo a seguire l'evoluzione della sicuramente suggestiva ipotesi investigativa.
Il primo a interessarsi alla pista cosiddetta del "Rosso del Mugello" era stato l'avvocato difensore di Pietro Pacciani, Rosario Bevacqua, il quale, pur senza calcare troppo la mano durante il Processo di primo grado nei confronti del contadino di Mercatale, aveva fatto notare alla Corte la sinistra coincidenza di queste segnalazioni che convergevano verso un unico sospettato dalle chiare connotazioni fisiche.
La pista sembrò morire con la condanna in primo grado di Pacciani. Successivamente, in occasione del Processo ai Compagni di Merende, anche l'avvocato Filastò aveva provato a puntare l'attenzione sull'avvistamento del Bardazzi, ma anche in questo caso senza successo.
Come abbiamo anticipato, l'interesse per questa pista è stato ripreso in tempi più recenti dal documentarista Paolo Cochi. Le sue indagini, svolte inzialmente come consulente dell'avvocato Antonio Mazzeo, avevano portato alla conclusione che tutte le segnalazioni su riportate facevano ragionevolmente riferimento a un'unica persona e che questa sarebbe stata lo stesso individuo sospettato dal maggiore Anzà nel 1984 e possibile detentore della Beretta calibro 22 serie 70 mai ritrovata dopo il furto all'armeria Guidotti, il già citato Stefano P.
In diverse interviste, anche televisive, Cochi aveva illustrato il quadro indiziario a carico del suo sospettato. Lo riassumiamo brevemente:
Morto nel 2009, Stefano P. era stato condannato per favoreggiamento per il furto all'armeria, era vedovo, cacciatore, aveva una corporatura corrispondente al photo-fit realizzato a seguito dell'avvistamento di Uras agli Scopeti, era stato condannato nel 1980 per reati contro la libertà sessuale, era stato, infine, proprietario di un'abitazione posta a circa 200 metri di distanza dal luogo in cui nel settembre 1985 presumibilmente il mostro aveva imbucato la lettera alla dottoressa Della Monica.
Aspetti riccamente suggestivi erano, come abbiamo già fatto notare, la morte della moglie per un tumore al seno sinistro, lo stesso seno che in due occasioni il MdF aveva escisso alle vittime femminile, e la condanna per reati contro la libertà sessuale; condanna maturata - secondo le ricerche di Cochi - per un tentativo di violenza nei confronti di una minorenne.
Per ultimo, il soggetto aveva lavorato - sempre stando alle ricerche svolte dal noto ricercatore - in ambienti vicini a quelli giudiziari, forse in pretura, in questura o in procura. Non era ben chiaro il luogo, in quanto le dichiarazioni dei parenti intervistati risultavano piuttosto confuse in merito. Risultavano, invece, sommariamente concordanti nell'affermare che costui sarebbe stato buon amico di un ben noto magistrato fiorentino, impegnato in prima persona nella caccia al Mostro. Ovviamente, tale amicizia e tale impegno lavorativo avrebbero potuto dare al sospettato un certo vantaggio nei confronti degli inquirenti, in quanto, entro certi limiti, avrebbe potuto conoscere o intuire in anticipo le loro mosse.
Ma ovviamente, anche questa pista invesigativa non era scevra da dubbi, incertezze e detrattori nei vari ambienti mostrologici.
Vediamo cosa sembrava non tornare nel quadro indiziario formulato, già da prima che la Procura di Firenze smentisse questa pista.
● Per prima cosa, non vi era e non vi è univoca certezza che gli avvistamenti del 1984 riguardassero tutti la stessa persona. In particolar modo non si ha evidenza che l'uomo visto dal Bardazzi fosse lo stesso visto più volte al bar "La spiaggia" o ancor più sulle sponde della Sieve. Le descrizioni dei testimoni appaiono senza alcun dubbio convergenti, ma nulla più di questo è possibile dire.
● La discrepanza fra l'identikit redatto in seguito alla testimonianza del Bardazzi e il photo-phit redatto sulla base della testimonianza di Uras sollevava più di qualche dubbio sulla corrispondenza fra la persona che era stata segnalata nel 1985 e quella più volte segnalata nel 1984.
È sicuramente vero che si tratta di due tipologie di ricostruzioni facciali completamente diverse, in un caso un disegno, nell'altro un photofit, tuttavia era impossibile non notare le grandi differenze fra i due personaggi. Tanto più che da un lato lo stesso Bardazzi aveva definito l'identikit realizzato sulla base della propria testimonianza "abbastanza somigliante" all'individuo entrato nel suo bar, dall'altro il signor Franco L. aveva definito l'individuo da lui visto molto somigliante all'identikit del Bardazzi. Quindi se l'individuo sospetto del 1984 era davvero somigliante all'identikit del Bardazzi, difficilmente poteva esserlo all'identikit di Uras.
● Per quanto riguarda la testimonianza del Bardazzi, appariva un po' complesso pensare a un MdF che non solo avesse seguito la coppia Stefanacci-Rontini in pieno giorno dentro un bar, ma si era spinto fino a osservarla con astio sotto gli occhi di tutti. A maggior ragione, sembrava ancora più arduo pensare a un killer che si fosse fatto vedere da più persone nel bar dove lavorava Pia e senza alcuna remora aveva deciso di importunare qualche ragazza. Inoltre, nello stesso bar vi era finanche tornato per un'ultima volta a delitto compiuto. Tutto ciò andava decisamente contro l'idea di personaggio estremamente cauto e calcolatore che il MdF ha sempre dato durante gli anni della sua tragica attività delittuosa.
● Era inoltre lecito chiedersi perché lo stesso personaggio in un'occasione aveva assunto un atteggiamento assolutamente ostile e quasi da psicopatico nei confronti della coppia, tanto da doversi coprire la bocca con la mano per non far trapelare le parole che mormorava fra sé, mentre in altre occasioni si era comportato quasi normalmente, non importunando mai la Rontini, che pure era presente durante una delle sue visite al bar, ma rivolgendo le sue forse spregiudicate attenzioni verso altre ragazze, senza tuttavia trascendere nell'ostilità né tanto meno in atteggiamenti malsani. Ancora una volta, erano aspetti che lasciavano piuttosto perplessi.
● Inoltre e soprattutto, il personaggio avvistato nel bar dove lavorava Pia non sembrava essere un irreperibile perfetto sconosciuto, piombato in zona in occasione del delitto e scomparso subito dopo. Viene descritto come un ex frequentatore della discoteca, un frequentatore del bar e più in generale della zona. Dunque era facile ipotizzare che fossero stati fatti accertamenti e con ogni probabilità le forze dell'ordine fossero giunte alla sua individuazione. Era difficile, dunque, reputare potesse trattarsi dell'inafferabile Mostro di Firenze, a meno di non contemplare una completa, grottesca e tragica inettitudine di tutto l'ambiente indagatorio.
E difatti, come è appunto emerso a fine marzo del 2025, tale individuo era stato celermente individuato dalle forze dell'ordine e riconosciuto dalle colleghe di Pia, la Bazzi e la Lelmi, in una testimonianza resa in data 17 Agosto 1984, circa due settimane dopo il duplice omicidio. Si trattava di tale R.F. di Scarperia, che nulla aveva a che vedere né con lo Stefano P., né con i delitti del Mostro.
Forse è proprio questo il motivo per cui la Bazzi non fece menzione di tale individuo durante il processo ai CdM e sminuì fortemente eventuali episodi spiacevoli con taluni avventori all'epoca del delitto, classificandoli come normali e innocui rapporti fra clienti e bariste. Sembra molto probabile che, dopo il riconoscimento dell'agosto del 1984 e la testimonianza resa a Giuttari nel 1995, la Bazzi avesse fortemente ridimensionato la portata degli episodi da lei inizialmente giudicati come molto inquietanti. Non vi aveva, dunque, fatto alcun riferimento durante il processo ai CdM, in quanto consapevole che il soggetto in questione non aveva nulla a che fare con l'omicidio della povera Pia e più in generale con la vicenda del Mostro di Firenze.
● Per quanto riguarda Stefano P., invece, secondo gli amministratori del canale youtube "I mostri di Firenze", nei giorni in cui si compiva il duplice omicidio degli Scopeti, il sospettato sarebbe risultato in vacanza a Forte dei Marmi, attenzionato dalle forze dell'ordine, dunque impossibilitato a commettere il duplice omicidio.
Ma quand'anche non fosse stato così, il soggetto in questione avrebbe commesso l'ultimo terribile duplice omicidio due mesi dopo essere entrato per la prima volta nelle indagini sul Mostro, essere stato perquisito e interrogato. Anche se questo non è ovviamente un punto dirimente, è indubbio che forniva qualche spunto di riflessione: sarebbe stato infatti lecito attendersi maggiore prudenza da un soggetto consapevole di essere improvvisamente e per la prima volta finito nel mirino degli inquirenti.
● Sempre a proposito di Stefano P., era apparso piuttosto strano che un personaggio con simili precedenti penali (condanna per favoreggiamento per il furto all'armeria e condanna per tentata violenza sessuale) potesse esser finito a lavorare in ambienti giudiziari, pretura, questura o procura che fosse. Difatti, le ricerche dello studioso Dario Quaglia sui contributi versati dal sospettato sembravano smentire tale attività lavorativa.
● Infine, c'è l'ormai ben nota questione "Rosso" o "Mosso" del Mugello.
Sappiamo che il personaggio avvistato svariate volte a Vicchio nel 1984, il predetto R.F., aveva i capelli di color biondo-rossiccio; un colore che non era possibile riscontrare nel photo-fit di Uras del 1985. Trattandosi, però, di un'immagine in bianco e nero, il punto non era mai apparso dirimente, anche perché in calce al photo-fit che circolava in rete era presente una breve descrizione dattiloscritta dell'individuo in cui sembrava potersi leggere: "Photo-fit relativo a persona notata nei pressi del luogo del duplice omicidio nella serata del 6/9/1985 verso le ore 18 circa. Alto m. 1,80 – Capelli castani rossi – Viso pieno – Età 40-45 anni".
In realtà, in questa didascalia non era possibile leggere con chiarezza la parola "rossi", in quanto la prima lettera era così sgranata da rendere impossibile la corretta decifrazione. Da più parti si era comunque dato per scontato che i capelli fossero castani rossi, in linea con le segnalazioni dell'anno precedente e - si dice - con la colorazione tricologica di Stefano P.
Si è appurato in seguito, tuttavia, che la parola incirminata non fosse "rossi", bensì "mossi". Alcuni ricercatori (fra cui Enrico Manieri e Francesco Cappelletti) hanno, difatti, reso pubblica una seconda versione del photo-fit, la cui didascalia appariva chiara e leggibile in ogni sua parte e riportava testualmente: "Capelli castani mossi".
Dunque, si dava atto che il personaggio avvistato da Uras non era "rosso" e alla mancanza di somiglianza fra i due identikit (Bardazzi-Uras), vi era da aggiungere anche una discrepanza sul colore dei capelli.
Tutto ciò aveva sicuramente fatto perdere una certa credibilità alla pista del "Rosso del Mugello", ma a porvi una definitiva pietra sopra, è stata la Procura di Firenze per mano dei due Pubblici Ministero Ornella Galeotti e Beatrice Giunti, titolari delle indagini sull'ultimo fascicolo sul Mostro di Firenze.
Nell'ordinanza, datata 20 marzo 2025, in cui respingevano la richiesta dell'avvocato Alessio Tranfa di accedere ad alcuni atti d'indagine al fine di svolgere accertamenti investigativi, le due magistrate dichiaravano che quella che conduceva a Stefano P. era una pista "smentita da ingagini già svolte", le cui vicende "sono state equivocate e ricostruite in modo tale da proporre deduzioni mendaci".
Come abbiamo, infatti, visto nel capitolo denominato La pistola del Mostro, la Beretta calibro 22 rubata nel 1965 dall'armeria Guidotti di Borgo San Lorenzo non era affatto dispersa, ma era stata rinvenuta nel 1970 a Rimini, in mano a un soggetto che nulla aveva a che fare con lo Stefano P.
Nel 1972 l'arma era stata poi venduta a un'asta giudiziaria e acquistata da un tale M.V. che la deteneva ancora nel 1990. Per maggiori dettagli, vedasi la sezione dedicata agli Aggiornamenti.
Dunque, non solo Stefano P. non aveva nulla a che vedere con gli avvistamenti in quel di Vicchio nel luglio del 1984, ma non era mai neanche stato in possesso della Beretta Calibro 22, presuntamente dispersa.
Risulta a questo punto lampante come questi fattori abbiano fatto crollare il pur suggestivo quadro indiziario a suo carico.
Zodiac
Per quanto possa sembrare improbabile, la teoria "Zodiac" ha riscosso per lungo periodo un certo consenso nell'odierna mostrologia, sia per l'indubbio fascino che esercita sugli appassionati di cold case, sia perché è tuttora sostenuta da personaggi piuttosto di spicco nell'attuale panorama mostrologico, dalla buona dialettica e dal pregevole background culturale.Iniziamo questa breve trattazione con il chiarire chi è Zodiac.
Zodiac, anche noto come Zodiac Killer o killer dello Zodiaco, è stato un assassino seriale che ha agito nella California settentrionale tra il dicembre 1968 e l'ottobre 1969. L'appellativo venne coniato dallo stesso autore dei delitti in una serie di lettere inviate alla stampa dall'agosto 1969 fino al luglio del 1974, dunque ben oltre l'ultimo delitto ufficialmente da lui commesso. Tali lettere contenevano fra l'altro anche quattro crittogrammi (messaggi cifrati), uno dei quali rimane ancora oggi senza soluzione, mentre un altro è stato decriptato solo pochi mesi fa.
Zodiac uccise cinque persone in quattro agguati che videro complessivamente coinvolte sette persone, quattro uomini e tre donne; due di loro sopravvissero alle aggressioni. In verità al killer dello Zodiaco sono state attribuite numerose altre vittime, senza tuttavia che vi fossero prove sufficienti per confermarle.
Al di là del numero piuttosto esiguo di vittime e del tempo limitato in cui ha colpito, Zodiac è stato uno dei serial killer più conosciuti e temuti del ventesimo secolo. A fare di lui quasi una tragica icona popolare sono state soprattutto le numerose lettere inviate a importanti giornali locali in cui sfidava, minacciava, derideva e quasi giocava con gli inquirenti.
Nonostante le serrate indagini e i numerosi sospetti, a oggi l'identità dell'assassino rimane ancora sconosciuta. Questo è uno dei motivi per cui il nome di Zodiac è stato recentemente accostato a quello del Mostro di Firenze.
Ma proviamo ad andare con ordine.
Il 6 giugno 1994 si presentò a deporre al Processo Pacciani l'ex soldato americano Giuseppe Bevilacqua, detto Joe. Dopo aver lasciato l'esercito, dal 1974 al tardo 1988 il Bevilacqua fu direttore del cimitero militare statunitense dei Falciani, a San Casciano in Val di Pesa. Il cimitero era estremamente vicino alla piazzola degli Scopeti. Lo stesso Bevilacqua abitava in prossimità del cimitero, dunque a una distanza di circa trecento metri in linea d'aria dalla piazzola.
Durante la sua testimonianza a processo (vedasi la relativa appendice), il Bevilacqua dichiarò fra le altre cose di aver visto Pacciani, vestito da guardiacaccia o con abbigliamento simile, aggirarsi sul luogo del delitto nei giorni in cui lo stesso ebbe luogo. Fu oggettivamente una strana deposizione quella del Bevilacqua, abbastanza ricca di contraddizioni e incongruenze, in cui l'avvocato difensore del Pacciani, Rosario Bevacqua, sembrò quasi accusare il teste di poter avere a che fare con gli omicidi. Gli chiese infatti se nel 1968 fosse stato in Italia, se avesse posseduto o possedesse armi, fece notare alla corte l'estrema somiglianza con il Pacciani e in un fuori onda si lasciò andare a un commento forse scherzoso "può essere lui il mostro".
La testimonianza del Bevilacqua non fu comunque particolarmente determinante per la condanna dell'imputato e la questione sembrò terminare lì.
Tuttavia, circa ventiquattro anni dopo, precisamente nel maggio del 2018, il nome di Joe Bevilacqua tornò prepotentemente agli onori della cronaca mostrologica quando un giovane giornalista, Francesco Amicone, dichiarò in un lungo articolo su "Il Giornale" di aver raccolto le confidenze dell'ex soldato italoamericano, il quale gli avrebbe rivelato di essere stato sia l'autore degli omicidi in California attribuiti a Zodiac sia di quelli in Toscana attribuiti al Mostro di Firenze a partire da Rabatta nel 1974.
Le prime ammissioni sarebbero avvenute, stando a quanto dichiarato dallo stesso Amicone, nel corso di una lunga telefonata sopraggiunta al culmine di una serie di colloqui a casa dello stesso Bevilacqua, in un paese della provincia fiorentina. A tale telefonata sarebbe seguita la confessione vera e propria, durante la quale Bevilacqua avrebbe sostenuto che, dopo tanti anni, gli inquirenti americani non avrebbero potuto dimostrare che fosse lui l'autore degli omicidi commessi da Zodiac.
Sempre stando alle dichiarazioni di Amicone, lui avrebbe consigliato al Bevilacqua di costituirsi ai carabinieri e di portare con sé la pistola con cui aveva commesso i delitti attribuiti al Mostro di Firenze.
Risulta facile capire come questa incredibile rivelazione, caduta come un fulmine a ciel sereno, risolvesse due annosi e inestricabili enigmi criminologici, l'identità di Zodiac e quella del MdF. Accolta con un certo scetticismo da gran parte della comunità mostrologica, a lungo sono state attese le prove promesse dall'Amicone che attestassero le rivelazioni del Bevilacqua. Prove almeno fino a oggi mai arrivate. Amicone ha dichiarato a tal proposito di non aver registrato la confessione per un errore tecnico.
Inutile dire che non solo il Bevilacqua non si è mai costituito e non ha mai portato agli inquirenti la famosa pistola del Mostro, ma dopo l'esplosione medatica del caso (anche la trasmissione "Chi L'ha Visto" su RaiTre se n'è occupata) minacciò di querela il giovane Amicone. Non solo, anche il difensore delle vittime francesi, l'avvocato Vieri Adriani, si vide costretto a presentare un esposto contro il giornalista per depistaggio delle indagini.
Negli ultimi tempi, le indagini della Procura fiorentina hanno inteso far chiarezza su alcuni punti della vicenda. Fonti giornalistiche (che, beninteso, potrebbero indubbiamente lasciare il tempo che trovano) rivelano che la Procura di Firenze avrebbe acquisito il DNA di Bevilacqua. L'ex direttore del cimitero americano sarebbe inoltre già stato sottoposto a un test su richiesta della Procura della Repubblica di Siena nell' ambito delle indagini sull'omicidio della tassista Alessandra Vanni, uccisa nel 1997 a Castellina in Chianti. L'esito del test è risultato negativo.
Negli ambienti mostrologici la teoria Zodiac, accolta inizialmente come la classica bufala estiva e dunque con estremo scetticismo, ha catturato col tempo l'attenzione di qualche valente studioso del caso, come Valeria Vecchione, la principale artefice delle indagini condotte sulla busta inviata dal MdF alla dottoressa Della Monica nel settembre del 1985 (vedasi il relativo capitolo).
Gli indizi che hanno portato una parte dell'odierna mostrologia dapprima a interessarsi alla pista Zodiac, in seguito ad abbracciarla, sarebbero:
▪ i messaggi cifrati inviati da Zodiac contenevano spesso riferimento alla parola "acqua";
▪ l'articolo di giornale da cui erano state ritagliate la maggior parte delle lettere utilizzate per comporre l'indirizzo sulla busta inviata alla Della Monica, era intitolato "Cari dolce acque";
▪ abbiamo visto che la rivista da cui furono ritagliate le suddette lettere era la numero 51 di "Gente", in edicola fra il 14 e il 20 Dicembre 1984; è risaputo che la data del 20 dicembre era una data molto cara a Zodiac: il 20 dicembre del 1968 Zodiac commise il suo primo omicidio; il 20 dicembre 1969 Zodiac spedì una lettera all'avvocato Belli, in cui chiedeva aiuto e allegava un pezzo della camicia di una sua vittima; pare che lo stesso Zodiac fosse nato il 20 dicembre;
▪ l'ultima comunicazione ufficiale inviata da Zodiac risaliva al luglio del 1974; da quel momento in poi, dopo cinque lunghi anni di intensa corrispondenza, di Zodiac si sarebbero perse tutte le tracce. Due mesi dopo, il 14 Settembre 1974, aveva inizio la tragica epopea del Mostro di Firenze con il delitto di Rabatta;
▪ le metodologie di attacco e le firme lasciate sui luoghi del delitto da Zodiac e dal Mostro sembrano (a parere di chi segue questa pista) piuttosto simili.
A onor del vero c'è da dire che quest'ultimo è un indizio talmente labile che non può neanche definirsi tale. Innanzitutto va precisato che Zodiac non attaccava solo coppie appartate in auto, ma in un'occasione uccise un tassista nella sua automobile. Inoltre in due occasioni Zodiac non riuscì a concludere mortalmente il proprio assalto, mancando di uccidere due delle vittime prescelte. Il Mostro di Firenze ha sempre attaccato coppie appartate in auto o in tenda e non ha mai lasciato in vita alcuna vittima, né alcun testimone scomodo. Il Mostro aveva una vera e propria firma, forse anche più di una: sicuramente l'arma da fuoco, sempre la stessa dal 1968 al 1985; un'altra eventuale firma (anzi secondo lo Spezi, la vera firma del killer) potrebbe essere l'allontamento del cadavere dell'uomo da quello della donna. Non risulta che gli omicidi di Zodiac siano stati contraddisti da una metodologia e un'eventuale firma inequivocabilmente riconducibile a lui;
▪ continuando, comunque, con gli indizi che accomunerebbero le due tragiche vicende delittuose, la registrazione del colloquio nel carcere di Pisa fra Mario Vanni e Lorenzo Nesi (vedasi il relativo capitolo) sarebbe un'ulteriore conferma della bontà della pista "Zodiac". In quell'occasione Vanni rivelò al Nesi che l'autore dei delitti fosse un tale Ulisse, l'americano. La Procura credette di individuare tale Ulisse nello stilista americano Mario Robert Parker (vedasi capitolo Il secondo livello), ma abbiamo già avuto modo di vedere come questa strada difficilmente possa essere considerata quella giusta. I seguaci della teoria Zodiac ritengono appunto che l'americano Ulisse fosse proprio il Bevilacqua;
▪ infine, quando l'ex soldato si presentò a deporre al processo Pacciani si era ben guardato dal dichiarare di essere stato un ex sergente dell'esercito degli Stati Uniti con 20 anni di carriera alle spalle e un turno di servizio in Vietnam. Al contrario si era presentato semplicemente come ex direttore del cimitero dei Falciani e, pressato dalle domande dell'avvocato Bevacqua, come ex "poliziotto criminale". Questa omissione sul suo passato ha sempre destato qualche dubbio all'interno della comunità mostrologica che crede nella teoria Zodiac. Come se aver omesso di esser stato un reduce del Vietnam avrebbe potuto allontanare sospetti di qualsiasi tipo.
In tempi molto recenti (dal febbraio 2022), la vicenda ha avuto un ulteriore strascico giudiziario. A seguito della querela per diffamazione presentata da Joe Bevilacqua nei confronti di Francesco Amicone, la Procura di Firenze, nella persona del dottor Luca Turco, ha chiuso le indagini, rinviando a giudizio il giornalista. Nel fascicolo che archivia la pratica sul Bevilacqua, è possibile leggere che l'inchiesta giornalistica dell'Amicone "è caratterizzata da suggestioni, supposizioni, asserite intuizioni e non contiene alcun elemento fattuale suscettibile ad assurgere a dignità di indizio".
Per maggiori dettagli, vedasi la pagina dedicata agli "Aggiornamenti".
Novità sul caso Zodiac in data 5 Dicembre 2024:
Il giornalista Francesco Amicone è stato condannato in primo grado per diffamazione nei confronti di Joe Bevilacqua. Per maggiori dettagli si faccia nuovamente riferimento agli "Aggiornamenti".


Al momento la pista probabilmente più recente è quella di:
RispondiElimina- GL in Area51 come formator-sabotator-masson-paracadutist-traduttor simultaneo per gli alieni che, al comando tattico di Zodiac, dovevano colpire in quel del fiorentino per nascondere gli altarini di Narducci a Perugia e, al contempo, depistare le bombarole trame nere in Toscana messe in atto dal rossissimo di capelli SP, VLP e NP (Nilla Pizzi) per conto di una ben nota casa musicale estera ostile al Festival di Sanremo. Nel 1985 posero fine ai loro crimini a causa di MV che aveva fatto una soffiata su di loro ai Servizi Segreti del Burundi tramite il PP diventato loro agente sottocopertura (fingeva di bere nelle osterie ma era rigorosamente astemio) fin dal 1947 grazie alla fitta rete dei guardoni di gastroenterologi che da anni governava sottobanco tutta la regione spostando voti a destra e a sinistra con la complicità della mafia e di una setta di idraulici satanici, distinguibili dagli Hare Krishna di Scopeti solo per la differenza di cori che intonavano alla stadio durante le partite casalinghe della viola.
La pista pare interessante e promettente, anche se sembrerebbe escludere dai delitti del MdF quella, altrettanto plausibile, della filarmonica di nani bulgari suonatori di nacchere come mandanti di terzo++ livello.
Cmq, entrambe le opzioni elucubrative, hanno il pregio di escludere ogni Pista Sarda: quindi son entrambe degne di massimo merito, rispetto e cerduloneria (ops, credito).
Un onore avere Hazet che commenta un blog di nicchia come questo. Non so se essere contento o meno. :-)
EliminaL.
Si come no ,sta messo veramente bene di cervello questo hazet
Eliminascusate ma non riesco a trovare nessun riferimento/video sulla presunta vacanza a Forte dei Marmi fatta dal Rosso del Mugello ai tempi del delitto degli Scopeti, qualcuno ne sa di più?
RispondiEliminail rosso del mugello'=? , ma cose da manicomio!!!! Si fanno ipotesi e invenzioni campate in aria ,ma il vero unico serial killer chissa' dove sara' sepolto. Unico assassino per tantissimi motivi, per tantissimi motivi non puo' trattarsi di piu' persone che decidono di ammazzare coppiette. Immaginate piu' persone che improvvisamente decidono di non commettere piu' omicidi, piu' persone che decidono di spedire un lembo di carne alla dottoressa, piu' persone che accoltellano con piccole punzecchiate una delle vittime e piu' persone che frugano in una borsetta, piu' persone sui luoghi degli omicidi, ma non la si finisce piu' a spiegare le centinaia di motivi per cui trattasi di un unico solitario mostro di firenze mai nemmeno lontanamente sfiorato da un solo piccolo sospetto.
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