I soldi del Pacciani


Ora, prima di parlare dei Compagni di Merende e del processo a loro carico, è bene soffermarsi sulla situazione patrimoniale del Pacciani e come questa sia evoluta nel corso del tempo, soprattutto negli anni dei delitti.
Del patrimonio di Pacciani aveva già iniziato ad occuparsi l'allora capo della SAM, Ruggero Perugini, nelle indagini condotte a inizio anni '90, allorché durante le varie perquisizioni, in casa del contadino erano stati ritrovati buoni e libretti postali per un totale di circa 120 milioni di lire. All'epoca non venne sequestrato nulla perché Pacciani veniva visto come il serial killer unico delle coppiette e l'ipotesi dei mandanti era ancora lontana da venire.
Da maggio del 1996, il super-poliziotto Michele Giuttari ricominciò a interessarsi al patrimonio di Pacciani. Come visto sommariamente nel capitolo Il contadino di Mercatale, a luglio fu perquisito il centro di accoglienza "Il Samaritano", dove Pacciani era stato ospite per un breve periodo dopo l'assoluzione in secondo grado, mentre la sua confidente spirituale, nonché custode del suo patrimonio, Suor Elisabetta, venne interrogata in questura per ben 13 ore. Vennero sequestrati alla suora, nell'occasione, buoni fruttiferi postali e libretti di risparmio, affidatile da Pacciani, per un valore di oltre 150 milioni di vecchie lire.
Come vedremo nei capitoli successivi, a novembre dello stesso anno, il Lotti aveva cominciato a parlare esplicitamente di un "dottore che pagava i feticci", a quel punto le indagini sul patrimonio del Pacciani si fecero capillari, ottenendo dei risultati che ancora oggi sono oggetto di contesa fra innocentisti e colpevolisti.
Che Pacciani, a metà anni '90, possedesse infatti un patrimonio piuttosto elevato per quello che era il suo stile di vita e quelle che erano state le sue mansioni, è indubbio. Che tale patrimonio fosse stato frutto della vendita dei cosiddetti "feticci" ai mandanti dei delitti del MdF è tuttavia argomento decisamente dibattuto e spesso fortemente messo in dubbio.

Entrando nel dettaglio, a pagina 240 del suo libro "Il mostro. Anatomia di un'indagine", Giuttari stima il patrimonio di Pacciani come di seguito indicato:
1. Buoni Postali Fruttiferi, sia ordinari che vincolati, alcuni intestati a lui, altri a lui e alle figlie, emessi dagli Uffici postali di Montefiridolfi, di San Casciano, di Cerbaia e Mercatale. Il primo venne acquistato il 18 giugno 1981, dodici giorni dopo il primo degli omicidi del MdF a cadenza annuale; l'ultimo il 26 maggio 1987. Tra le due date, gli acquisti erano avvenuti ogni anno;
2. Libretti di risparmio presso gli Uffici Postali di Mercatale e Scandicci.
Il totale fra i Buoni Postali Fruttiferi e i libretti di risparmio ammontava a circa 158 milioni di vecchie lire.
Sempre dal resoconto letterario di Giuttari, a ciò andava aggiunto:
3. Una casa acquistata in data 30 settembre 1979 (pagata 26 milioni), un'altra il 30 giugno 1984 (pagata 35 milioni);
4. Un'automobile Ford Fiesta acquistata nuova nel dicembre 1982 e pagata in contanti 6 milioni di lire.

A fronte di questo piccolo patrimonio, sempre secondo Giuttari, c'erano state le seguenti entrate:
1. Proventi del lavoro in carcere dal 1951 al 1964, equivalenti a 350.000 lire;
2. Pensioni sociali dei suoceri finché questi furono in vita;
3. Attività di mezzadro agricolo, equivalenti a poche migliaia di lire al giorno negli anni '60 e '70.

È ovvio come i numeri che ci fornisce Giuttari inducano l'idea di qualcosa che non torna: entrate esigue a dispetto di un patrimonio relativamente alto. Viene naturale chiedersi come Pacciani fosse riuscito a mettere da parte quei famosi centocinquanta milioni (duecentoventi compreso case e automobili). Va bene la famigerata avarizia del contadino, va bene che - come ci ricorda Vigna - non era sicuramente la persona che nel weekend andava a fare la spesa per la famiglia; va bene che razziava tutte le discariche della zona per procurarsi vestiti, mobili, sanitari e oggettistica varia; va bene che per quanto riguarda il cibo provvedeva personalmente tramite caccia, agricoltura e ricorrendo finanche al cibo per cani; però la differenza fra entrate e investimenti pareva troppo netta per poterla giustificare semplicemente con l'avarizia o con altre attività di basso conto come la caccia di frodo, che quasi sicuramente svolgeva.
Tali numeri risultano ancora più spropositati se facciamo riferimento ai calcoli eseguiti dall'avvocato Patrizio Pellegrini, difensore di Parte Civile per la famiglia Rontini, il quale nell'udienza del 24 febbraio 1998 del Processo ai CdM stimò un potere d'acquisto di quel patrimonio, maturato per lo più fra il 1979 e il 1987, di circa 900 milioni di lire nel 1998.
A scanso di equivoci, è necessario subito precisare che i calcoli dell'avvocato Pellegrini sono risultati sbagliati. La mostrologia moderna, anche grazie agli strumenti di calcolo e di rivalutazione monetaria offerti dal web, ha infatti più che dimezzato la stima prodotta in sede processuale.
Inoltre, i numeri forniti alla voce entrate da Giuttari nel suo libro (riportati ovviamente senza alcun crisma di ufficialità) non possono essere ritenuti corretti se paragonati, ad esempio, a quelli forniti dalla Squadra Mobile di Firenze in un documento ufficiale stilato il 9 gennaio 1997, in cui veniva ricostruito l'andamento delle finanze del Pacciani a partire dal 1951, anno del delitto della Tassinaia.
Proprio partendo da tale documento è possibile avere un quadro completo che non è certo risolutivo nello stabilire se il patrimonio di Pacciani fosse o meno congruo, ma almeno fornisce tutti i dati per permettere a ciascuno di farsi la propria legittima opinione.
Il rapporto della questura
Da tale documento si accerta che:
● Dall'aprile 1951 al luglio 1964, Pacciani era stato recluso per l'omicidio di Severino Bonini. Nel novembre 1963 un certificato del Comune di Vicchio, a firma del Sindaco, attestava il suo stato di "nullatenenza e povertà".
Al momento della scarcerazione (4 Luglio 1964), Pacciani disponeva di 350.000 lire, come riportava un estratto della pratica di "liberazione di Pacciani Pietro", redatta dalla Casa Circondariale di Padova.
Da questo primo punto possiamo dedurre che Pacciani entrato in carcere da nullatenente, ne era uscito con una somma relativamente cospicua che equivaleva circa a quattro mesi di stipendio di un operaio.
● Dal 1965 al 1968, Pacciani aveva lavorato, in qualità di mezzadro, presso il podere "Casino Particchi", sito in località Badia a Bovino. Durante tale periodo, non aveva percepito alcuno stipendio, ma aveva diviso il raccolto e l'eventuale vendita di bestiame con il proprietario del fondo. A sentire la moglie del proprietario era a stento quanto bastava per sfamare una famiglia.
● Successivamente, aveva lavorato per tre anni in qualità di mezzadro, senza quindi ricevere una retribuzione in denaro, presso un podere in località Casini di Rufina.
● Tuttavia dall'aprile 1972 al febbraio 1973 Pacciani aveva acquistato 15 buoni fruttiferi presso l'ufficio postale di Contea, frazione di Rufina, per un importo complessivo di 5.100.000 lire.
Non è dato sapere la provenienza dei soldi che avevano permesso l'acquisto dei buoni. Possiamo però dire con certezza che:
▪ l'importo era per i tempi piuttosto consistente, considerando che aveva un potere di acquisto paragonabile ai 40.000 euro del 2020;
▪ all'epoca c'era stato un solo delitto presuntivamente commesso dal MdF (1968), in cui non erano stati procurati feticci da vendere a eventuali mandanti. Inoltre quel delitto - secondo la sentenza del 1994 su cui si basava il lavoro di quella stessa Procura che indagava sul suo patrimonio - non era stato neanche commesso da Pacciani;
▪ Pacciani era stato evidentemente in grado, tramite attività lecite o meno, di procurarsi una sostanziosa somma di denaro che poi prontamente aveva investito, a dispetto di lavori "ufficiali" per nulla remunerativi; tale sostanziosa somma non aveva evidentemente nulla a che fare con i delitti del mostro;
▪ siccome un anno prima dell'acquisto dei buoni fruttiferi, nel 1971, era morta la mamma di Pacciani (la quale percepiva una pensione di 5000 lire mensili) e siccome risulta che la facoltà a riscuotere questi buoni fosse anche della sorella Rina, si potrebbe legittimamente ipotizzare che quei soldi provenissero da un lascito in contanti della madre defunta, mai registrato ufficialmente.
● Nel gennaio 1973, la Angiolina Manni, moglie del Pacciani, aveva cominciato a beneficiare della pensione erogata dall'INPS per un importo che all'epoca era di 122.000 lire mensili per tredici mensilità (1.586.000 annuali) e che sarebbe stata rivalutata ogni anno fino ad arrivare all'importo di 659.000 lire mensili nel 1997 (8.567.000 annuali). Diciamo quindi che mediamente ogni anno la pensione di Angiolina era aumentata di circa 280.000 lire per venticinque anni. Precisiamo che tutte le cifre relative a retribuzioni regolarmente registrate sono da considerarsi lorde.
Dello stesso trattamento pensionistico avrebbe usufruito anche Pacciani a partire dal febbraio del 1979. Per inciso, a metà anni '90 i coniugi intascavano circa 15/16 milioni annui di pensione, a fronte di spese davvero modeste.
A questo proposito, è doveroso evidenziare che anche il padre della Angiolina, il signor Pio Manni, dal novembre 1959 percepiva una pensione di categoria che si protrasse per quasi vent'anni fino alla sua morte nel febbraio del 1978. Non risultano ufficialmente eredità lasciate da quest'ultimo ai coniugi Pacciani, ma è realistico ipotizzare che un lascito non documentato sia effettivamente avvenuto.
● Ad aprile 1973 c'era stato il trasferimento della famiglia Pacciani a San Casciano. Qui, dal 15 Aprile 1973 al 31 Dicembre 1981 (dunque per quasi 9 anni), Pacciani aveva lavorato nell'importante azienda agricola di Giampaolo Rosselli del Turco, con le mansioni di operaio agricolo specializzato, percependo il pagamento di 40 ore settimanali e l'alloggio gratuito per la famiglia. La documentazione non riporta, in quanto probabilmente smarriti, i pagamenti ricevuti dal Pacciani fino al 1976, ma dal 1977 al 1981 si evincono introiti equivalenti a:
▪ 5.913.270 lire nel 1978 (relativi all'anno 1977);
▪ 4.293.383 lire nel 1979 (relativi all'anno 1978);
▪ 5.583.115 lire nel 1980 (relativi all'anno 1979);
▪ 5.007.741 lire nel 1981 (relativi all'anno 1980);
▪ 5.420.403 lire nel 1982 (relativi all'anno 1981).
Per un totale di 26.217.912 lire lordi in cinque anni.
In realtà dovremmo anche considerare gli introiti dei precedenti quattro anni che ufficialmente non figurano da nessuna parte, ma è normale supporre ci siano stati. A questi vanno aggiunti i soldi della liquidazione che Pacciani aveva percepito il 31 dicembre 1981 nel momento in cui aveva interrotto il rapporto lavorativo con l'azienda, equivalenti a 9.465.000 lire e gli introiti certi delle due pensioni fino al 1981 (circa 24.000.000 per Angiolina, circa 10.000.000 per Pacciani).
Siamo dunque arrivati a valutare a fine 1981 entrate lorde per circa 70 milioni di lire, come da prospetto che segue:

Anno Pensione Manni Pensione Pacciani Retribuzione Pacciani Liquidazione
1973 1.586.000 - Non documentata -
1974 1.866.000 - Non documentata -
1975 2.146.000 - Non documentata -
1976 2.426.000 - Non documentata -
1977 2.706.000 - 5.913.270 -
1978 2.986.000 - 4.293.383 -
1979 3.266.000 3.266.000 5.583.115 -
1980 3.546.000 3.546.000 5.007.741 -
1981 3.826.000 3.826.000 5.420.403 9.465.000
TOT. 24.354.000 10.638.000 26.217.912 9.465.000
TOTALE LORDO: 70.674.912 TOTALE NETTO: 54.000.000

Risulta escluso da questo calcolo tutto ciò che non è rigidamente documentato ma che è molto probabile ci sia stato, come i quattro anni di retribuzione non registrati, come gli altissimi tassi di rendimento che all'epoca i buoni fruttiferi acquistati fra il 1972 e 1973 stavano generando, come un eventuale lascito del padre di Angiolina e soprattutto escludendo attività e traffici illeciti che un personaggio come Pacciani sicuramente portava avanti.
Possiamo, in ogni caso, concludere che al netto delle detrazioni fiscali in vigore negli anni '70, le entrate documentate al 31 dicembre 1981 erano superiori ai 50 milioni di lire in 9 anni.
Certo, niente per cui poter essere definiti benestanti, ma si tratta ovviamente di cifre ben diverse delle entrate nulle di cui parlava Giuttari.

Si può ribattere che la famiglia Pacciani avrà pur sostenuto delle spese in questo lasso di tempo. Sicuramente sì, ma se vogliamo addentrarci in questo argomento sarebbe opportuno non fare affidamento su quelle che sono le pur contenute spese di una comune famiglia contadina degli anni '70 e '80. Oltre a un'avarizia patologica che lo contraddistingueva, Pacciani non era sicuramente una persona attenta ai bisogni della propria famiglia: abbiamo visto come per tutti gli anni '70 non avesse mai avuto spese per il vitto e l'alloggio, come fosse instancabile razziatore di tutte le discariche della zona e come non si facesse scrupoli, all'occorrenza, di ricorrere alle scatolette per cani per sfamare la propria famiglia. Alcune spese era impossibile non le sostenesse, ma parliamo davvero dello stretto indispensabile e spesso anche meno.
Tuttavia, a proposito di spese sostenute, sempre dal documento redatto dalla questura, risulta che in data 30 settembre 1979, Pacciani aveva acquistato la casa di Piazza del Popolo 7 per la somma di 26 milioni di lire (8 milioni tramite assegno e 18 milioni in contanti). Tale abitazione era stata intestata alle figlie.
Dal prospetto che segue, vediamo che dagli introiti percepiti dal lavoro presso i Rosselli Del Turco, Pacciani aveva guadagnato fino al settembre 1979 circa 14 milioni di lire documentati. A cui vanno aggiunti i soldi delle pensioni: Pacciani la percepiva solo da pochi mesi e quindi consideriamo nulli questi introiti, mentre Angiolina la percepiva già dal gennaio 1973 e dunque da sei anni e mezzo, per un totale di oltre 16 milioni di lire. Stiamo sempre parlando di cifre lorde. Il totale è di 31 milioni che al netto delle detrazioni fiscali di fine anni '70 diventano circa 22/23 milioni.

Anno Pensione Manni Pensione Pacciani Retribuzione Pacciani Liquidazione
1973 1.586.000 - Non documentata -
1974 1.866.000 - Non documentata -
1975 2.146.000 - Non documentata -
1976 2.426.000 - Non documentata -
1977 2.706.000 - 5.913.270 -
1978 2.986.000 - 4.293.383 -
1979 3.266.000 - 4.187.336 -
TOT. 16.982.000 0 14.393.989 0
TOTALE LORDO: 31.375.989 TOTALE NETTO: 22.500.000


Al solito non abbiamo considerato la retribuzione di Pacciani dal 1973 al 1976 che non è documentata e che stimeremmo per difetto attorno ai 15.000.000 lordi (11 netti), eventuali lasciti del padre di Angiolina, eventuali riscatti dei buoni acquistati nel 1972/73 o altre attività in nero. Ora le possibilità sono due:
► Se includiamo questi introiti non documentati, al settembre 1979 Pacciani aveva ampia possibilità di acquistare la casa di via Sonnino.
► Se non includiamo gli introiti non documentati, mancano all'appello per l'acquisto della casa circa 4 milioni, probabilmente di più considerando che nel corso dei sette anni trascorsi a San Casciano, qualcosa sarà pur stato speso per il sostentamento della famiglia. Ebbene, in questo secondo caso non sappiamo dove Pacciani possa avere attinto per colmare il gap economico, ma possiamo ancora una volta affermare con certezza che questi soldi non possono essere ricercati nella cosiddetta vendita dei feticci ai mandanti gaudenti, in quanto nel 1979 i delitti commessi dalla pistola del Mostro erano stati due, entrambi privi di escissioni, uno dei quali neanche commesso dal Pacciani secondo la sentenza Ognibene.
Possiamo dunque concludere che già nel 1979, ad escissioni ancora lontane, Pacciani aveva investito/speso più di quanto ci è dato sapere ufficialmente fosse in suo possesso, dunque sicuramente già allora poteva attingere a fondi non documentati (leciti o meno) che sicuramente non avevano a che fare con le escissioni perpetrate dal MdF.

Si arriva ora ad analizzare il periodo storico che maggiormente ci interessa e su cui si incentra tutto il lavoro condotto dal dottor Giuttari, braccio armato della Procura di Firenze.
● Il 6 giugno 1981 ebbe luogo il duplice omicidio in via dell'Arrigo, il primo in cui venne escisso il pube alla povera Carmela de Nuccio.
Dieci giorni dopo, esattamente fra il 16 e il 18 giugno 1981, Pacciani acquistò sette buoni fruttiferi presso l'ufficio postale di Montefiridolfi per un importo di 2.300.000 lire.
Questo potrebbe indubbiamente essere considerato un movimento sospetto, anche perché è il primo acquisto di buoni fruttiferi dopo quelli del 1972/73 in Mugello. Ma è altresì vero che in quel momento Pacciani era assolutamente in grado di fare l'investimento anche senza considerare l'eventuale vendita di un feticcio. Se ipotizziamo, infatti, che nel settembre 1979 Pacciani avesse dato fondo a tutti i suoi risparmi per l'acquisto della casa, dal 1 ottobre 1979 al 31 maggio 1981 aveva comunque avuto introiti lordi per circa 20 milioni di lire fra propria retribuzione e pensioni. Al netto di imposte, parliamo di circa 15 milioni di lire.
● Nell'ottobre 1981 si verificò il duplice omicidio delle Bartoline in cui fu escisso il pube alla povera Susanna Cambi, ma a cui non seguirono (almeno nell'immediato) movimenti finanziari sospetti del Pacciani. Si dovette attendere cinque mesi, esattamente dal 12 marzo al 26 aprile 1982, perché Pacciani acquistasse undici buoni fruttiferi presso l'ufficio postale di Mercatale per un importo complessivo di 4.650.000 lire.
Anche in questo caso vale lo stesso discorso di cui sopra. Potrebbe essere considerato un movimento sospetto (anche se a distanza di cinque/sei mesi dal duplice omicidio), ma stando ai numeri, in quel momento Pacciani aveva comunque la disponibilità economica per effettuare l'acquisto, indipendentemente dagli omicidi, tanto più che - come abbiamo visto - a fine 1981 aveva interrotto il proprio lavoro presso l'azienda Rosselli Del Turco e aveva ricevuto una liquidazione di 9 milioni e mezzo.
● Nel giugno 1982 si verificò il duplice omicidio di Baccaiano, in cui non vi furono escissioni. Un delitto per cui Pacciani non avrebbe potuto avere alcun genere di ricavo, eppure da luglio 1982 a novembre 1982 acquistò 16 buoni fruttiferi per un importo complessivo di 5.400.000 lire.
● Nel dicembre del 1982, Pacciani acquistò alla cifra di 6 milioni in contanti più la permuta della propria Fiat 600, una Ford Fiesta nuova.
● Sempre nel dicembre 1982 Pacciani cominciò a lavorare presso la famiglia Gazziero in qualità di operaio agricolo avanzato per una retribuzione di 5000/6000 lire l'ora fino a metà del 1984.
Secondo i Gazziero, la collaborazione del Pacciani fu saltuaria. In uno dei suoi memoriali, il Pacciani invece scriveva: "Arrivavo lì alle 7 di ogni mattina e tornavo a casa alle 6 di sera. Ero l’unico operaio, lavoravo 10 ore al giorno con lo straordinario, gli lavoravo la vigna, gli facevo il vino, l'olio, l'orto, il giardino, tenendogli l'azienda in perfetto ordine. Mi volevano bene e mi facevano pure dei regali oltre la paga".
Dove risieda la verità, non è dato saperlo. Pacciani era certamente un bugiardo cronico, ma che i Gazziero avessero interesse a sminuire più possibile il rapporto di lavoro con colui che all'epoca delle indagini veniva definito il Mostro di Firenze, sembra abbastanza naturale. Non avendo dati documentali, non consideriamo per il momento questi introiti.
● L'acquisto di buoni fruttiferi riprese nel marzo del 1983 e continuò fino al luglio dello stesso anno sempre presso l'ufficio postale di Mercatale per un importo complessivo di 5.000.000 di lire.
● Il 9 settembre 1983 furono uccisi i due ragazzi tedeschi a Giogoli e anche in questo caso non vi furono escissioni. Il giorno successivo (10 settembre), Pacciani acquistò 4 buoni fruttiferi presso l'ufficio postale di Mercatale per un importo complessivo di 1.200.000 lire.
Siamo sempre nell'ambito di soldi ufficialmente in suo possesso, come da prospetto che segue.

Entrate
Anno Pensione Manni Pensione Pacciani Retribuzione Pacciani Liquidazione
1980 3.546.000 3.546.000 5.007.741 -
1981 3.826.000 3.826.000 5.420.403 9.465.000
1982 4.106.000 4.106.000 - -
1983* 2.699.000 2.699.000 - -
TOT. 14.177.000 14.177.000 10.428.144 9.465.000
Totale Lordo 48.247.144 Totale Netto 33.000.000
*fino al 30/09
Uscite
Anno Buoni Fruttiferi Ford Fiesta
1981 2.300.000
1982 4.650.000 -6.000.000
5.400.000
1983 5.000.000
1.200.000
TOTALE USCITE: 24.550.000


Ipotizzato, infatti, che con l'acquisto della casa a fine 1979 Pacciani avesse dato fondo al suo patrimonio, dal 1980 al settembre 1983 aveva avuto introiti ufficiali per circa 48 milioni lordi, che al netto della detrazione fiscale (decisamente più onerosa rispetto agli anni '70) diventavano circa 33 milioni. A fronte di uscite di poco meno di 25 milioni (18.5 di buoni fruttiferi e 6 di automobile).
Ancora una volta, tutto ciò senza considerare gli introiti per il lavoro svolto da Afro Gazziero, vista l'assenza di una documentazione adeguata, e sempre senza considerare tutto quanto non era stato rigidamente registrato.
Non vi era pertanto alcun bisogno di ricorrere a compensi per le escissioni, che oltretutto in occasione degli ultimi due delitti non erano avvenute.
Il sospetto che gli investimenti in buoni fruttiferi non fossero collegati alla vendita dei feticci, sembrerebbe a questo punto legittimo. In realtà, si potrebbe ribattere che al Pacciani potrebbe comunque essere stato corrisposto un compenso per gli omicidi indipendentemente dalle escissioni, ma poi sarebbe lecito chiedersi perché i mandanti avrebbero dovuto pagare per dei delitti che non prevedevano parti di pube o di seno delle vittime femminili se, come ci è stato raccontato dalla Ghiribelli, erano il motivo per cui quegli stessi omicidi venivano compiuti. Nel caso, si dovrebbe ricondurre il tutto non più a mandanti in cerca di parti anatomiche femminili per i loro riti esoterici (cadrebbe dunque l'ipotesi lottiana del dottore che pagava i feticci), ma a omicidi commissionati per altre oscure motivazioni. Qui, però, si entra davvero nel campo di speculazioni puramente ipotetiche che non hanno alcuna base documentale.

A partire dal 1984 la situazione, tuttavia, si complica ulteriormente.
Nonostante fossero passati due anni e mezzo dall'ultima escissione del MdF, Pacciani cominciò a effettuare investimenti più importanti, da questo punto in poi superiori alle sue disponibilità finanziarie, almeno quelle ufficiali che comunque - è bene ribadire - non erano così irrisorie come Giuttari ha inteso sostenere nei suoi scritti.
Limitandoci a ciò che realmente è deducibile dai documenti e facendo un sunto di ciò che abbiamo ricavato finora, possiamo affermare che:
1. Nel 1972 Pacciani dimostra di possedere soldi non ufficialmente documentati che investe in buoni fruttiferi, già molto prima che iniziasse la catena omicidiaria a lui addebitabile.
2. Essendoci limitati agli introiti rigidiamente documentati, nel 1979 Pacciani dimostra di possedere soldi non ufficialmente documentati che utilizza per comprare una casa, quando ancora non era stata eseguita alcuna escissione nei delitti addebitabili al MdF.
3. Presupponendo spese familiari minime (il che è coerente con il personaggio), dal 1979 al 1983 le entrate in casa Pacciani sono state superiori alle uscite per diversi milioni di lire.
4. Non sembra esserci una diretta connessione fra investimenti ed escissioni.
5. Sempre limitandoci a ciò che è negli atti, a partire dal 1984 gli investimenti del Pacciani superano di diversi milioni le sue entrate, toccando un picco nel biennio 1986/1987. Se però consideriamo gli introiti che certamente ci sono stati ma che non sono stati registrati, il gap fra entrate e uscite viene del tutto appianato. Ciò ovviamente non esclude che Pacciani conducesse certamente altre attività remunerative (più o meno illecite) che, associate a un'avarizia patologica, alimentavano il suo patrimonio.

Riprendiamo il documento redatto dalla questura e specifichiamo meglio:
● Il 30 giugno 1984 (un mese prima del duplice delitto di Vicchio e dopo quasi tre anni che non si verificavano escissioni) Pacciani acquistò una casa in pessimo stato in via Sonnino 32 a Mercatale per la cifra di 35.000.000 di lire, su cui successivamente eseguì in prima persona con l'aiuto di un amico muratore (Giuliano Pucci, NdA) importanti lavori di ristrutturazione.
Chiariamo, se consideriamo i quattro anni di lavoro presso l'azienda Rosselli-Del Turco la cui retribuzione non è documentata ma che ragionevolmente c'è stata (calcolata per difetto in circa 15/16 milioni di lire) e le retribuzioni ricevute per il lavoro presso l'azienda Gazziero (secondo il documento della questura da dicembre 1982 a giugno 1984 con retribuzione di 5000/6000 lire l'ora per un lavoro che secondo Pacciani andava dalle 7 di mattina alle 6 del pomeriggio), arriviamo tranquillamente a coprire la cifra spesa per l'acquisto della casa in via Sonnino.
Ciò è dimostrato dal seguente prospetto in cui abbiamo fatto la tara alle dichiarazioni del Paccini e posto che avesse lavorato dai Gazziero una media di sei ore al giorno, una ventina di giorni al mese al costo di 5.500 lire l'ora. Abbiamo considerato, inoltre, una tassazione media in quegli anni a cavallo fra i '70 e gli '80 del 30%, che riteniamo ampiamente in eccesso, tanto più per una famiglia nelle condizioni economiche di quella del Pacciani.

Entrate
Anno Pensione Manni Pensione Pacciani Retribuzione Pacciani Liquidazione
1973 1.586.000 - 15.000.000 -
1974 1.866.000 - -
1975 2.146.000 - -
1976 2.426.000 - -
1977 2.706.000 - 5.913.270 -
1978 2.986.000 - 4.293.383 -
1979 3.266.000 3.266.000 5.583.115 -
1980 3.546.000 3.546.000 5.007.741 -
1981 3.826.000 3.826.000 5.420.403 9.465.000
1982 4.106.000 4.106.000 7.920.000 -
1983 4.386.000 4.386.000 7.920.000 -
1984* 2.333.000 2.333.000 3.960.000 -
TOT. 35.179.000 21.463.000 61.017.912 9.465.000
Totale Lordo 127.124.912 Totale Netto 90.000.000
*fino al 30/06
Uscite
Anno Buoni Fruttiferi Ford Fiesta Casa
1979 26.000.000
1981 -2.300.000
1982 -4.650.000 -6.000.000
-5.400.000
1983 -5.000.000
-1.200.000
1984 35.000.000
Totale Uscite: 85.550.000


Come si può vedere dal prospetto fra le entrate e le uscite c'è una differenza in positivo di quasi 5 milioni di lire, che sono più che sufficienti per il sostentamento della famiglia Pacciani in quegli anni. E nel computo non abbiamo considerato eventuali incassi dei 15 buoni fruttiferi del valore di 5.100.000 acquistati fra il 1972 e il 1973 presso l'ufficio postale di Contea e che all'epoca avevano un altissimo tasso di rendimento, calcolato fra l'undici e il sedici percento annuale esentasse: il che significa nel 1984 Pacciani, ammesso non li avesse riscossi in precedenza, aveva un ulteriore tesoretto di circa 18.000.000 di lire nette, probabilmente da dividere a metà con la sorella.

Ora, ancora una volta, se oltre ai buoni fruttiferi del '72 ci impuntassimo di non voler considerare anche i 24 milioni netti di retribuzione non documentata, al 30 giugno 1984 Pacciani non aveva i soldi sufficienti per acquistare la seconda casa. Quindi, anche qui, dovremmo far ricorso a entrate non registrate che potrebbero abbracciare un amplissimo spettro di possibilità: da quelle più banali come la caccia di frodo, il furto o la ricettazione, fino ad arrivare a quelle penalmente più rilevanti e connesse con la vicenda del MdF, come l'eventuale ricatto verso i veri autori degli omicidi o gli omicidi stessi da lui commessi e ricompensati in cambio dei feticci. Ma, a parte che al 30 giugno 1984 il MdF non compiva escissioni da quasi tre anni e a parte che l'ultimo omicidio risaliva a nove mesi prima, dovremmo chiederci perché non dovremmo considerare nel computo entrate certe, pur se non documentate, come i primi 4 anni di lavoro dai Rosselli-Del Turco o il lavoro dai Gazziero, mentre dovremmo considerare eventuali attività illegali su cui - appunto perché illegali - non vi è alcun tipo di prova? Inoltre, se fra queste attività illegali ci fossero quelle connesse agli omicidi del Mostro, dovremmo forse pensare a un anticipo che Pacciani avrebbe ricevuto nel mese di giugno del 1984 dai mandanti in vista di un delitto che sarebbe avvenuto da lì a un mese?
Oggettivamente sembrerebbe non tornare qualcosa in questi ragionamenti.

Tornando comunque all'acquisto della casa, al termine dei lavori, l'abitazione fu divisa in due appartamenti, uno dei quali fu venduto il primo marzo 1986 per un importo sconosciuto. L'altro fu dato in affitto nel 1985 e 1986 alla signora Elena Betti per un canone mensile di 300.000 lire; da novembre 1986 a dicembre 1987 fu affittato a un gruppo di ragazzi che lo usarono come sala prove per un importo complessivo di 2.400.000 lire.
● A dispetto della ingente spesa sostenuta, sempre nel 1984 Pacciani continuò con l'aquisto di ulteriori buoni postali per un importo complessivo di 5.000.000 di lire. Nel mezzo (29 luglio 1984) c'era stato il terribile duplice omicidio di Vicchio con doppia escissione.
● Nel 1985 Pacciani acquistò buoni postali per 8.800.000 lire. A settembre ci fu il duplice omicidio degli Scopeti, anche questo con doppia escissione.
● Dal 24 ottobre 1985 al 6 aprile 1987 Pacciani lavorò in tre periodi diversi come bracciante agricolo avventizio presso la Fattoria di Luiano, a Mercatale Val di Pesa. Percepì una retribuzione complessiva 1.600.000 lire.
Contemporaneamente lavorò saltuariamente presso le tenute di F.F. a Mercatale e di D.M. a Villa Verde a San Casciano (da quest'ultima occupazione pare fu mandato via dopo un giorno di lavoro per avere avuto un atteggiamento indisponente nei confronti della moglie del proprietario). Non conosciamo e dunque non consideriamo le retribuzioni di queste ultime due attività.
● Infine, e qui si concentrano i maggiori sospetti, nel 1986 Pacciani acquistò buoni per ben 24.000.000 di lire e nel 1987 per ben 27.050.000 di lire.

Entrate
Anno Affitto Casa Pensione Manni Pensione Pacciani Retribuzione Pacciani Liquidazione
1973 - 1.586.000 - 15.000.000 -
1974 - 1.866.000 - -
1975 - 2.146.000 - -
1976 - 2.426.000 - -
1977 - 2.706.000 - 5.913.270 -
1978 - 2.986.000 - 4.293.383 -
1979 - 3.266.000 3.266.000 5.583.115 -
1980 - 3.546.000 3.546.000 5.007.741 -
1981 - 3.826.000 3.826.000 5.420.403 9.465.000
1982 - 4.106.000 4.106.000 7.920.000 -
1983 - 4.386.000 4.386.000 7.920.000 -
1984 - 4.666.000 4.666.000 3.960.000 -
1985 3.600.000 4.946.000 4.946.000 1.600.000 -
1986 3.000.000 5.226.000 5.226.000 -
1987 2.400.000 5.506.000 5.506.000 - -
TOT. 9.000.000 53.190.000 39.474.000 62.617.912 9.465.000
Totale Lordo 173.746.912 Totale Netto 125.000.000
Uscite
Anno Buoni Fruttiferi Ford Fiesta Casa
1979 26.000.000
1981 2.300.000
1982 4.650.000 6.000.000
5.400.000
1983 5.000.000
1.200.000
1984 5.000.000 35.000.000
1985 8.800.000
1986 24.000.000
1987 27.050.000
Totale Uscite: 150.400.000


Aiutandoci con il prospetto completo dal 1973 al 1987 sopra riportato, possiamo dire a fine 1987, Pacciani aveva avuto spese/investimenti pari a 150.000.000 delle vecchie lire, senza considerare le spese della ristrutturazione della casa che, seppur minime, non possono non esserci state.
Nello stesso periodo ha avuto introiti netti pari a 125.000.000. Vi è una discrepanza di almeno 25 milioni, sicuramente di più considerando le minime spese di sostentamento dell'intera famiglia Pacciani nell'arco di quei 14 anni che stiamo considerando.
Però in tabella andrebbero aggiunti altri dati: in primis, la vendita della porzione di casa in via Sonnino. Quest'ultimo è un dato che sicuramente sarebbe stato interessante avere, ma che non risulta da nessun documento ufficiale e che andrebbe a compensare il gap di circa 25 milioni. Considerando, difatti, che Pacciani aveva comprato l'intera casa alla cifra di 36 milioni e l'aveva personalmente ristrutturata, non poteva certo rivenderne la metà a meno di 20/25 milioni.
Inoltre, alle finanze di casa Pacciani avevano iniziato a contribuire anche le entrate delle due figlie di Pietro. Infatti risulta che:
● Dall'ottobre 1985 al marzo 1991, Rosanna Pacciani lavorò come domestica percependo una retribuzione compresa fra le 500.000 e le 750.000 lire mensili, vitto e alloggio inclusi. Quindi, mantenendoci alla quotazione minima di 500.000 lire mensili fino a tutto il 1987, Rosanna potrebbe aver portato a casa oltre una dozzina di milioni, ragionevolmente finiti tutti o in larga parte fra le grinfie paterne. Ma concedendo al Pacciani un beneficio che probabilmente non merita e ipotizzando che questi si fosse impossessato solo della metà degli introiti della figlia, lasciando alla stessa la possibilità di gestirne il resto a proprio piacimento, avremmo comunque nel bilancio familiare ulteriori 6 milioni di introiti.
● Nel 1987 e nel 1988, Graziella Pacciani lavorò come domestica per 800.000 lire mensili, vitto e alloggio compresi. Quindi limitandoci a tutto il 1987, Graziella potrebbe aver portato a casa quasi 10 milioni, anche questi finiti in buona parte con ogni probabilità nel computo del bilancio familiare di casa Pacciani. Ma anche in questo caso, poniamo che Pacciani si fosse impossessato solo della metà di questi di soldi.
Al netto delle tasse, abbiamo quindi ulteriori dieci milioni complessivi, regolarmente documentati; probabilmente molti di più perché dubitiamo in tanta generosità del Pacciani nei confronti delle figlie. In ogni caso, se a questa decina di milioni, aggiungessimo i 20/25 milioni relativi alla vendita di porzione di casa in via Sonnino, non solo il gap di cui sopra è azzerato, ma avanzano anche abbastanza soldi da permetterci di distribuirli nel corso degli anni dal 1973 al 1987 come spese di sostentamento della famiglia Pacciani e aver permesso alla stessa condizioni di vita quantomeno decenti e sicuramente superiori a quelle che nella realtà avevano.
A ciò infine potrebbero essere aggiunti i traffici e le attività collaterali del Pacciani o i già citati notevoli tassi di rendimento che all'epoca avevano i buoni fruttiferi postali e che sicuramente in buona parte hanno contribuito a far lievitare il suo patrimonio.

Resta inteso che si tratta di un'analisi che non risolve certamente l'atavico conflitto fra colpevolisti e innocentisti, ma spiega quantomeno l'evoluzione nel corso degli anni del patrimonio del Pacciani, che - numeri alla mano - non sembra essere così sproporzionato rispetto alle spese sostenute.
La sensazione al termine di questa analisi è che da parte di alcuni organi inquirenti e soprattutto della stampa si sia favoleggiato troppo su questo patrimonio. È ovvio che estrapolati dal contesto e inseriti in un ambito di sospetto, questi numeri abbiano potuto innescare una serie di legittimi dubbi (non ancora fugati per alcune correnti mostrologiche) e di successive indagini. In special modo, l'inizio dell'acquisto dei buoni fruttiferi a giugno 1981, una decina di giorni dopo il primo delitto del MdF fra quelli a cadenza annuale, è sempre stato visto come un elemento di forte sospetto. Ma è onesto affermare che Pacciani aveva già consistentemente investito in buoni fruttiferi nove anni prima, quando era ancora in Mugello; inoltre, dallo studio delle carte non emerge una singola prova che possa indurre a pensare di un collegamento fra gli introiti del Pacciani e le escissioni del Mostro di Firenze.

Con il 1987 finisce il periodo che maggiormente ha interessato le indagini della Procura di Firenze. Per quanto riguarda gli anni successivi, abbiamo:
● Dal luglio 1987 al dicembre 1991, Pacciani finì in carcere per le violenze alla moglie e alle figlie. Durante la detenzione percepì (oltre alla pensione) 593.000 lire nel 1988 e 386.000 lire nel 1989. Non si hanno notizie ufficiali sugli anni 1990 e 1991.
● Durante il periodo di detenzione a Sollicciano aprì un libretto di risparmio presso un ufficio postale di Scandicci, cui dal febbraio 1989 al dicembre 1991 versò 18.465.000 lire che successivamente spostò in larga parte su un altro libretto aperto a Mercatale.
Anche in questo caso, si tratta di movimenti che rientravano appieno nelle disponibilità economiche del Pacciani, tanto è vero che non furono neanche presi più di tanto in considerazione in fase di indagini.

A questo proposito, c'è un ultimo punto su cui rivolgiamo la nostra attenzione e riguarda gli uffici postali presso cui Pacciani avrebbe fatto le proprie operazioni.
La sentenza di condanna in primo grado del Processo ai CdM asserisce che Pacciani avrebbe disseminato i suoi buoni postali e i suoi libretti di risparmio "tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia e Scandicci), chiaramente per tener nascosta tanta provenienza di denaro, non sicuramente di fonte lecita".
Ora, che Pacciani avesse una fonte di denaro non lecita possiamo ritenerlo estremamente probabile e l'abbiamo ripetuto più volte nel corso di questo capitolo. Che la fonte illecita fosse connessa ai delitti del MdF è una deduzione che non solo non è mai stata provata, ma che abbiamo visto genera molteplici perplessità. Che avesse disseminato i buoni fra i vari uffici postali del circondario per nascondere il denaro probabilmente agli occhi degli inquirenti, risulta però un'affermazione poco credibile per due motivi:
► Gli uffici postali in cu Pacciani ha acquistato i buoni fruttiferi seguono in maniera tutto sommato precisa l'andamento dei suoi domicili: ha infatti comprato buoni all'ufficio postale di Contea quando lavorava alla Rufina; è passato all'ufficio di Montefiridolfi quando viveva a Sant'Anna; si è rivolto all'ufficio postale di Mercatale dopo il trasferimento nella relativa frazione; quando è stato detenuto a Sollicciano ha effettuato le proprie operazioni all'ufficio postale di Scandicci. Unica eccezione le operazioni compiute nell'ottobre 1985 e nel novembre 1986 a Montefiridolfi e nel maggio del 1987 a Cerbaia: operazioni che potrebbero destare qualche dubbio, ma che comunque sono state eseguite in luoghi comunque non eccessivamente distanti dalla sua residenza a Mercatale.
► Se davvero Pacciani avesse voluto nascondere le sue numerosissime operazioni in Posta, avrebbe probabilmente evitato nell'ottobre del 1987, durante la sua detenzione, di comunicare in maniera ufficiale all'amministrazione postale e a tutti gli uffici con cui aveva avuto rapporti la sua ferma volontà di impedire alle figlie qualsiasi prelevamento senza la sua autorizzazione formale. Risulterebbe un controsenso celare i suoi illeciti proventi disseminandoli per vari uffici postali per poi renderli pubblici e plateali in una lettera ufficiale, tanto più se consideriamo che in quel momento storico Pacciani aveva gli occhi della magistratura addosso, dopo il Processo e la condanna per la violenza sulle figlie.


I soldi di Vanni e Lotti
Poco possiamo dire della situazione finanziaria di Mario Vanni, mai appurata dettagliatamente dalla Squadra Mobile di Firenze, forse perché non interessante quanto quella del Pacciani.
Un quadro sommario delle sue finanze ci viene fornito dal dottor Fausto Vinci nell'udienza del 30 settembre 1997 durante il Processo ai CdM. In essa emerge il ritratto di una famiglia che alla data degli accertamenti (fine 1996) aveva messo da parte buone quantità di denaro, verosimilmente frutto dello stipendio da postino dell'imputato, delle due pensioni (quella di Mario e quella di sua moglie Luisa Landozzi), della liquidazione dello stesso Vanni e di un tenore di vita estremamente parsimonioso, non patologicamente rilevante come quello del Pacciani, ma sicuramente estremamente dedito al risparmio.
Per quanto è dato sapere, non è stato possibile appurare entrate sospette nel patrimonio del Vanni.
A metà anni '90 venne attestato da diverse fonti che l'ex postino poteva disporre di notevoli quantità di denaro in contanti. A rendere tali testimonianze furono diverse persone di San Casciano a lui vicine, in special modo sua nipote Alessandra Bartalesi, che frequentandolo con costanza nell'estate del 1995, ebbe modo di dichiarare: "Ho capito che sia mio zio che Giancarlo (Lotti, NdA) avevano disponibilità di molto denaro. Era come se per loro il denaro non finisse mai. Anche i miei familiari non capivano come mai i due avessero tanti soldi da poter spendere tutte le sere."
In quel periodo il Vanni arrivò a prestare 5 milioni di lire alla nipote Alessandra affinché potesse comprarsi un'automobile.
Anche altri parenti del Vanni, come Walter Ricci e Laura Mazzei, dichiararono che c'era stato un periodo negli anni '90 in cui l'ex postino aveva sbandierato pubblicamente una vasta disponibilità economica.
Tale disponibilità è risultata comunque coerente con i prelevamenti effettuati dal Vanni presso il suo conto e resi pubblici dalla testimonianza del dottor Vinci nell'udienza di cui sopra. Era dunque una notevole quantità di soldi che non aveva origine ignota, ma correttamente prelevata dai suoi risparmi.
Col portafogli ben imbottito (si parla di diversi milioni portati in giro), il Vanni offriva cene e bevute ogni sera, quasi volesse godersi gli ultimi inconsapevoli momenti di libertà. Nel febbraio del 1996 il Vanni sarebbe stato infatti arrestato per non tornare mai più libero, se non negli ultimi mesi di vita.

Per contro Giancarlo Lotti non ha mai dato l'idea di avere grosse disponibilità economiche. Per quanto è dato saperne, ha sempre vissuto in condizioni di estrema ristrettezza, concedendosi pochi svaghi, il cibo, il vino, le prostitute, la benzina per le sue vecchie automobili con cui soleva andare in giro. Le stesse automobili, vecchie e poco costose, soleva acquistarle facendosi anticipare i soldi dal proprio datore di lavoro.
Dalle testimonianze raccolte, solo due persone hanno parlato di una possibile (e forse sporadica) agiatezza economica del Lotti; queste sono la Ghiribelli che dichiarò di aver visto un tale di nome Parker dare molti soldi al Lotti (vedasi capitolo Il secondo livello) e la stessa Bartalesi che, facendo riferimento sempre alla famosa estate del 1995, dichiarò: "Anche Lotti mi chiedevo come faceva ad avere tutti quei soldi, ma non gli chiesi niente perché ero solo un'amica. Ho visto più volte che nel portafoglio aveva solo pezzi da cento e cinquantamila lire e una volta mi disse: Fa pari col tuo che è vuoto!".
Delle dichiarazioni della Ghiribelli avremo ampiamente modo di parlare nei prossimi capitoli e vedere come queste non sempre possano essere giudicabili attendibili, in special modo quella relativa al rapporto fra il Parker e il Lotti.
Per quanto riguarda la dichiarazione della Bartalesi, invece, questa contrasta con altre affermazioni della stessa ragazza, secondo la quale alla fine di quella estate (1995) il Lotti aveva urgentemente bisogno di un prestito, in quanto aveva perso il lavoro.
Non è da escludere che anche il Lotti, in quell'ultima e inconsapevole estate da uomo libero, avesse deciso di spassarsela dando fondo a tutti i suoi risparmi e rimanendo ben presto senza più alcuna disponibilità economica.


6 commenti:

  1. Al di la del conto, delle case e dei mobili, mi sono sempre chiesto come il Pacciani abbia potuto far fronte a tutte le spese legali di quegli anni. Era già stato dentro per il primo omicidio, ed è provato che non avesse un soldo all'uscita dal carcere. Poi si dovette difendere da accuse di figlie e moglie oltre a quelle legate alla vicenda del mostro. Quando ricevette assoluzione riuscì a percepire indennità? Vendette interviste? Il famoso video hot con la pornostar che gli si concesse per aver fama?

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  2. allora doveva essere milionario anche lotti vanni faggi...solo pacciani veniva pagato quando portava ai mandanti pezi di fijia

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  3. che razza di investigatori che abbiamo. ma poi se il delitto del sessantotto e' opera dei merenderos si conosceva lotti con vanni e pacciani? haah

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  4. Conoscevo marito e moglie che giravano per il paese come pezzenti. Il marito per anni lo stesso maglione marrone, gli stessi jeans e giacca, in estate aveva una maglietta. La moglie vestiva nello stesso modo. Compravano pochissimo. Pensavo fossero indigenti (lui ex idraulico e lei insegnante elementare). Quando morirono lasciarono ai nipoti un patrimonio di circa 6 milioni di euro. Mi spiegarono che lui aveva sempre lavorato in nero e prendeva la pensione sociale. Vivevano con lo stipendio della moglie. Ogni cinque anni prendevano i soldi e compravano un negozio o un appartamento e lo affittavamo. Con i soldi dell'affitto e del lavoro in nero del marito compravano un altro immobile e lo affittavamo. Molte entrate, molte non dichiarate, e pochissime spese (vivevano in un appartamento signorile che era dei genitori di lei), spesso andavano a mangiare alla mensa dei poveri in città, aveva una vecchia Fiat 500 che peraltro usava pochissimo. Nessuna vacanza, nessuna cena, nessun vizio. Chi è stato in casa loro ha avuto la sensazione di una casa pulita, ordinata ma ferma agli anni 50. Un vecchissimo frigorifero, niente TV, mobili antichi e di pregio, nessun elettrodomestico oltre al frigo (niente lavatrice, aspirapolvere, ecc). Insomma consumi fermi agli anni 50. Quando morirono lasciarono in eredità una decina fra appartamenti e negozi più una consistente somma in denaro e buono postali. Antonio Serafini Burialdi

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    1. Antonio conoscevi marito e moglie ma di chi?

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  5. Potrei portare l'esperienza della buon anima di mio nonno, che ha lasciato ai figli qualcosa come 350 000 euro di patrimonio tutto in buoni postali (altro che i miseri 200 millioni di Pacciani!), come ha fatto ad accumulare una tale cifra? Beh, semplicemente lavorando e investendo i risparmi in BOT e CCT. Credo sia un tratto tipico delle generazioni nate a ridosso della guerra quello di risparmiare compulsivamente.

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